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Religione: dalla nascita a oggi - Cristianesimo


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Religione: Cristianesimo

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Prima dell’Ebraismo

Non si può parlare di religione cristiana se prima non si accenna alla popolazione dei cananei che, come affermato nell’Antico Testamento, abitarono la terra di Canaan (che oggi corrisponde pressappoco alla zona che ricomprende Libano, Israele, Palestina, parte della Siria e Giordania). Questi rappresentano il popolo che precedette gli Ebrei in Palestina.
Gli scavi a Ras Shamra (la vecchia Ugarit distrutta attorno al 1200 a.C.) nella Siria settentrionale hanno svelato parte della religione cananea, anche se la Bibbia è la principale fonte informativa. Il tutto è completato da varie fonti greche.
La religione cananea fu chiaramente influenzata dalle religioni mesopotamiche ed egiziane. Era politeista e, oltre a adorare le divinità primordiali, ne riconosceva di altre come Anat, Baal, El e perfino i regnanti potrebbero essere stati divinizzati.
Per il biblico libro dei Giudici, gli israeliti nel corso del II millennio a.C. circa conquistarono le città cananee; alla fine del regno israelita di Salomone (attorno al 930 a.C.), i cananei erano stati praticamente assimilati al popolo ebraico. Gli ebrei mutuarono il culto delle divinità maschili Baal cananee, ma i loro riti, tranne le offerte di frutta e dei primi nati del bestiame, sono poco conosciuti. Presso i Semiti erano denominati Baal vari dèi locali quali quelli dediti agli animali, alla fertilità, al tempo, al terreno, alle montagne, alle piogge, alla vegetazione, ecc.; il toro era sacro e veniva venerato sulle alture, talvolta con sacrifici umani.
I templi erano costituiti da altari fiancheggiati dal simbolo di Astarte, divinità femminile sia dei cananei che degli ebrei, dea dell'amore e della fertilità. Insieme a quello di Baal il suo nome compare spesso nei primi libri dell'Antico Testamento nella forma plurale di Astaroth, fino a quando il re Salomone ne coniò il singolare Asthoreth. Come già scritto, presso gli assiri e i babilonesi Astarte era chiamata Istar e prima ancora Inanna; successivamente fu identificata con varie divinità greche: Selene, dea della Luna, Artemide, dea della natura selvaggia e Afrodite, dea dell'amore. Per gli egizi corrispondeva alla dea Iside è anche la Cibele microasiatica.
Il nome Canaan appare per la prima come uno dei nipoti di Noè in Genesi 9:24. In Numeri 34:1-15 la terra assegnata, dopo l'esodo, a nove tribù e mezza è chiamata Terra di Canaan e in Samuele 13:19 Terra di Israele.
Il piccolo territorio di Canaan era abitato dalla popolazione semitica dei Fenici (Sidoni nell’Antico Testamento), collegata ai cananei. Gli storici fanno risalire la presenza semitica sul Mediterraneo attorno al 2500 a.C. La Fenicia aveva numerose città-stato, quali: Berito (attuale Beirut), Biblo, Gerico, Sidone, Tiro, Tripoli e Ugarit (attuale Ras Shamra) e subiva l’ispirazione delle culture sumerica e accadica di Babilonia.
Nella religione semitica dei Fenici, la cui civiltà è la continuazione di quella cananea, il dio principale era El (l’accadico Ilu e il sumero An, che in ebraico significa dio e dalla cui radice deriva anche l’arabo Allah) appaiato alla dea madre Asherah. Ogni città era protetta da una divinità (Baal). Baal e Anat, sposa e sorella di Baal erano i figli di El e Asherah. Baal discendeva nel mondo sotterraneo per combattere contro il malvagio Mot, ma restava ucciso: era la vittoria della stagione arida ma Anat, vendicandolo, riportava la fertilità. In tal modo Baal poteva rinascere e iniziare un nuovo ciclo. Una sequenza già vista nelle passate culture.

Ebraismo

Gli ebrei erano formati da tribù del Vicino Oriente comparse nell’ultima metà del II millennio a.C. in Palestina. I componenti del gruppo stanziato a nord si autoproclamavano figli d’Israele, da cui Israeliti; dopo la distruzione per mano degli Assiri del loro regno nel 721 a.C., divenne comune il nome Giudaiti e quindi Giudei (dal nome del sopravvissuto Regno del Sud, il regno di Giuda, distrutto nel 586 a.C. per mano dei Babilonesi e grande pressappoco quanto l’Umbria).
Purtroppo la fase più antica della storia degli Ebrei non dispone di fonti storiche, ma solo di leggende bibliche; la Bibbia infatti non può essere considerato un libro storico, sia perché si fonda su tradizioni orali solo successivamente messe per iscritto (dato che per un progetto simile il livello di alfabetizzazione doveva essere alto, generalmente si è d’accordo sul VII secolo a.C. per la scrittura dei testi biblici, anche se le date esatte restano ancora incerte), sia perché più verosimilmente è un insieme di allegorie tese a veicolare messaggi morali, anche se di morale, specialmente nell’Antico Testamento, c’è davvero poco. Il 3761 a.C. corrisponde alla creazione del mondo secondo il Vecchio Testamento, mentre la prima menzione di Israele appare sulla Stele della vittoria che celebrava le campagne militari di Merenptah (faraone dal 1213 al 1203 a.C.) in Palestina.
La tradizione ebraica fa discendere gli ebrei dal patriarca biblico Abramo che, se ritenuta una figura storica, visse probabilmente attorno al XVIII secolo a.C. Per i seguaci delle tre religioni monoteiste principali (Ebraismo e quelle da lei discese, Cristianesimo nel I secolo - forse grazie a un ebreo di nome Gesù, anche se della sua storicità non si è certi - e Islamismo nel VII secolo), Abramo è il perfetto emblema dell'adesione alla promessa di Dio e la sua genealogia è presente nella Bibbia. Egli nacque a Ur nella regione di Sumer in bassa Mesopotamia, e sposò Sara. Un giorno Dio gli parlò e gli ordinò di abbandonare la sua terra (ciò comportò quindi anche l’abbandono del culto degli dèi) per spostarsi nella terra di Canaan. Gli promise una discendenza e un territorio per la sua stirpe garantendo stabilità territoriale e continuità nel tempo a una tribù non stanziale. Fino ad allora il settantacinquenne Abramo non era ancora divenuto padre a causa della sterilità di Sara, ma poi ebbe Isacco da Sara, prima ancora altri figli da Agar, la schiava di Sara, e dopo la morte di Sara altri 6 figli dalla seconda moglie Chetura.
Da Isacco venne Giacobbe il quale ebbe 12 figli, che fondarono 12 tribù (da quella chiamata Giuda derivò, come detto, il termine Giudei che, nel tempo e insieme al termine Ebrei, contraddistinse tutti gli israeliti). Il concetto monoteistico di un Dio personale che selezionò Abramo come suo diretto servitore fu una novità nella religione del mondo antico.
Il patto di Dio con Abramo è diverso rispetto all’alleanza precedente stretta con Noè: non è più coinvolta l’intera umanità, ma un piccolo popolo di nomadi. Genesi mette dieci generazioni tra Adamo e Noè e altrettante tra Noè e Abramo.
La Bibbia riporta che dal trasferimento di Giuseppe (discendente di Abramo) in Egitto, cominciò il soggiorno degli Ebrei in quella terra e che terminò quando, oppressi dal faraone (forse Ramesse II), furono liberati da Mosè (altro discendente di Abramo), mandato dopo circa quattro secoli di schiavitù dal Dio di Israele (YHWH). Sempre secondo la Bibbia Mosè li portò fuori dall’Egitto (Esodo), attraversò il Mar Rosso, ricevette la Legge di Dio sul monte Sinai, giunse in vista della Palestina e morendo, lasciò il comando a Giosuè. Israele accettò così un codice legislativo formato dai Dieci Comandamenti e da centinaia di leggi per la propria condotta quotidiana divenendo una nazione dedicata a Dio. Questo avvenimento contraddistingue la formazione di Israele come nazione politica in Canaan: siamo attorno al 1400 a.C.
Fu dunque Mosè che, oltre due millenni dopo dall’inizio dell’epopea e sempre secondo la Bibbia, condusse il popolo ebraico dall’Egitto, dov’era schiavo e oppresso, a Canaan, la Terra Promessa (Deuteronomio 6:23; 34:10). Purtroppo non si conoscono documenti egizi antichi che parlano della presenza di un popolo forestiero nella valle del Nilo, né di quella di Mosè presso il Faraone, mentre è nota la consuetudine che quest’ultimo permettesse ai pastori nomadi di condurre a bere il bestiame nel delta durante la siccità.
L’occupazione quasi totale della Palestina si concluse verso la fine del XIII secolo a.C., restava qualche città-stato cananea solitaria e una striscia di costa filistea. L’archeologia fa ritenere che i primi stanziamenti ebraici in Canaan, in quelli che diverranno i regni di Giuda (Sud) e di Israele (Nord), avvennero verso il 1200 a.C. Inoltre gli scavi non dimostrano che la Terra Promessa (Palestina) fu conquistata in soli 15 giorni come riportato dal libro biblico di Giosuè: chi scrisse il racconto non sapeva che quella terra era occupata dagli egiziani, i quali certamente avrebbero reagito. In aggiunta, nessun documento coevo ne parla. Sempre l’archeologia prova che, tra i centri che la Bibbia afferma conquistati da Giosuè, Gerico e Ai erano disabitate da tempo e che la Gerusalemme di Davide (certamente esistito dato che la Stele di Mesha, e quindi una fonte extrabiblica, riporta un'iscrizione dell'850 a.C. circa relativa al re Davide) e di suo figlio Salomone si estendeva su un territorio molto inferiore: era un villaggio e non una grande città.
La Bibbia narra che nel 1077 a.C. Davide, della tribù di Giuda, divenne re d’Israele. Suo figlio Salomone costruì a Gerusalemme un magnifico tempio come luogo di culto che prese il posto della dimora trasportabile della presenza divina (tabernacolo) utilizzata durante il viaggio dall'Egitto alla terra di Canaan. Ma anche la descrizione di questo primo grande tempio non è credibile: nella piccolissima Gerusalemme del tempo mancava lo spazio per innalzarlo. Salomone è forse realmente vissuto, ma non è menzionato in fonti extrabibliche.
Del Regno Unito di Israele, originatosi verso il 1030 a.C. negli odierni Israele, Cisgiordania e Giordania e abitato dagli Ebrei, non v’è reale riscontro e neanche alcun tipo di testimonianza scritta, il che è inverosimile per una realtà di qualche rilievo. Per lo storico statunitense Norman Gary Finkelstein Gerusalemme era un centro marginale e il cosiddetto regno aveva una popolazione non superiore a 5000 persone. Anche l’esodo dall’Egitto non ha evidenze archeologiche.
In realtà gli antichi stanziamenti israeliti erano cananei, lo dimostrano vari fattori: cultura, alfabeto, ceramica, oggetti di culto, tutti elementi cananei. Le genti che successivamente daranno vita a Israele, sono sempre vissute lì e dalla terra dei faraoni arrivarono forse pochi gruppi con il sogno di un Dio che li aveva liberati dalla schiavitù in terra egiziana; sogno che si è trasformato nell’idea fondamentale dell'Ebraismo.
Dato che, secondo il patto tra Dio e Davide, il regno sarebbe restato sempre nella sua discendenza, si attendeva un Re unto (Messia) dalla stirpe di Davide. Gli ebrei, influenzati dalla religione cananea e di altre nazioni vicine, infransero il patto e Dio fu costretto a inviare una serie di profeti per avvertirli della punizione per il culto idolatrico (ad esempio come quello verso il toro). Solo dopo questo periodo politeista (alcune iscrizioni riferiscono addirittura che la dea cananea Asherah fosse la compagna di Yahweh) adottarono la monolatria, cioè la fede in un solo dio, senza negare che gli dèi di altri popoli fossero reali e infine, negli anni dell’esilio babilonese, cominciarono a adorare unicamente Yahweh, in un monoteismo puro che bandiva la sessualità, riversava sul popolo cananeo qualsiasi tipo di immoralità e considerava Yahweh il solo dio dell’intero universo.
Se gli scrittori dell’Esodo biblico hanno attribuito a Dio quello chiamato Primo Comandamento: Non avrai altro dio all'infuori di me, databile al regno del di Giosia, 640-609 a.C.), bisogna tener conto che a quell'epoca non si poteva contestare l'esistenza di più dèi e l'Antico Testamento non riconduce il monoteismo all'affermazione che esistesse un solo Dio, bensì che quello da adorare fosse solo uno: il comandamento vietava di adorarne altri, ma non se ne negava l’esistenza.
La resistenza cananea al monoteismo ebraico fu tenace e anche successivamente alla riforma del re di Giuda Giosia (che si batté per il rigorismo della religione ebraica e volle la distruzione degli idoli collegati al culto di Baal), nei luoghi sacri degli ebrei c’erano elementi simbolici come alberi sacri, cerchi di pietre, fonti, anche se il Deuteronomio (andato perduto ma ritrovato durante il restauro del tempio di Salomone ordinato dallo stesso Giosia), comandava l’eliminazione di boschi sacri, immagini scolpite e santuari. La distruzione del vitello d'oro (nominato nel libro dell’Esodo, era un idolo nato dalla fusione dei gioielli israeliti per ordine di Aronne, fratello di Mosè, quando quest’ultimo stava ricevendo le Tavole della legge sul monte Sinai) da parte di Mosè riassume bene lo scontro tra il Dio unico e i culti cananei. Il Dio del Deuteronomio, quello che ordina di distruggere gli altari pagani e di uccidere uomini e donne di ogni età, è geloso e cattivo. L’Antico Testamento alterna saggezza e bassezza. Così nel 607 a.C. Geova permise che il neobabilonese Nabucodonosor II, distruggesse Gerusalemme (ubicato nel Regno del Sud) e portasse la nazione in cattività a Babilonia (le cui rovine coincidono con l’odierna città di Al Hillah, a circa 80 km a sud di Baghdad, in Iraq). Tra i non deportati taluni scapparono in alto Egitto presso Elefantina, dove c’era un tempio nel quale, insieme ad altre due divinità, si adorava anche YHWH, mentre gli strati più poveri della popolazione restarono in Giudea. A Babilonia gli esiliati godettero di una parziale libertà, tanto che la religione poté svilupparsi. Alcuni definiscono Giudaismo la religione ebraica durante la cattività babilonese e il ritorno in Palestina, altri ritengono invece più corretto l’uso del termine a partire dalla distruzione del secondo tempio di Gerusalemme nel 70 per opera del generale e futuro imperatore romano, Tito.
Durante i 70 anni della deportazione a Babilonia, nel momento in cui correvano il rischio di sparire dalla storia, gli ebrei crearono un mito delle origini; ciò consolidò la fede in un dio unico e invisibile che ritenevano li avesse scelti come il solo popolo eletto. Ma in base alle credenze di allora gli esiliati non avrebbero avuto ragione di confidare ancora in questo dio perdente, sconfitto e non in grado di proteggerli; invece i capi ebrei stabilirono che il dio israelita era l’unico dell’universo e che non fu battuto, ma aveva usato i Babilonesi per impartire una lezione al proprio popolo peccatore. Ciò fortificò l’identità degli ebrei esiliati persuadendoli che, una volta rimpatriati, avrebbero eretto una nuova Gerusalemme e lì, un nuovo Tempio (in effetti attorno al 520-515 fu terminata la ricostruzione del secondo tempio di Gerusalemme, sotto Neemia).
Quando nel 539 a.C. il re persiano Ciro conquistò Babilonia, permise alle popolazioni deportate, e quindi anche agli ebrei, il rientro in patria come sudditi; una parte, ormai ambientatasi in Babilonia non partì, quelli che invece se ne andarono non ottennero chissà quale disponibilità da parte dei discendenti degli ebrei che all’epoca non furono esiliati; inoltre c’erano anche immigrati di fede diversa. Ai rimpatriati necessitava qualcosa che affermasse il diritto a riappropriarsi della terra di Canaan promessa da Yahweh e già conquistata da Giosuè.
Mario Liverani orientalista, archeologo e storico delle religioni afferma che la rielaborazione dei natali del popolo ebraico cominciò a Gerusalemme, quando Giosia desiderava ingrandire il suo regno limitato e unire tutti gli ebrei, e proseguì sia durante l’esilio che al rimpatrio.
Terminato il dominio persiano, gli ebrei passarono sotto quello del generale greco Alessandro Magno di Macedonia che nel 332 a.C. entrò a Gerusalemme: come già fece durante altre conquiste, egli garantì libertà di culto e non sminuì la carica del sommo sacerdote, ma fu inevitabile per gli ebrei della diaspora essere fortemente influenzati da quella nuova civiltà, splendida e progredita tanto che cominciarono a parlare greco.
Una parte di loro all’inizio del III secolo a.C. compilò la versione in greco dell’Antico Testamento, in quella che viene chiamata Bibbia dei Settanta (è utile ricordare che l’elaborazione dell’Antico Testamento o Bibbia ebraica, che ha originato la religione del Giudaismo, è all’incirca durata dal 622 al 516 a.C. e prima di essere messa per iscritto, fu trasmessa oralmente). Il termine, che deriva dal latino septuaginta, è riferito ai 70 o 72 traduttori incaricati della traduzione dal sommo sacerdote per ordine dell'imperatore Tolomeo II.
Il gruppo ebreo dei farisei (censurati da Gesù nel Nuovo Testamento perché dicono e non fanno – Matteo 23) reagì al pericolo dell’assimilazione alla cultura ellenistica (è detto ellenistico il periodo tra la morte di Alessandro Magno del 323 a.C. e il predominio romano nato con la battaglia di Azio, 31 a.C.) opponendosi ai compromessi accettati da altre fazioni e attuando scrupolosamente i dettami della legge antica allo scopo di assicurarne la conservazione. Ciò concorse a tramandarne i principi anche successivamente alla distruzione del secondo Tempio (anno 70) e venne in seguito abbracciata dai rabbini.
Nel 63 a.C. Gerusalemme venne occupata dal generale romano Pompeo e nel 37 a.C. il senato di Roma nominò Re dei Giudei Erode il Grande, a cui succedettero i figli. È in questo periodo che il Nuovo Testamento colloca la vita di Gesù. Le numerose rivolte contro i romani portarono alla distruzione e saccheggio del secondo tempio, del quale oggi ne rimane il muro occidentale, il cosiddetto Muro del Pianto. Nel 132 la Terza guerra giudaica, capeggiata da Simone Bar Kokheba (autoproclamatosi Messia e riconosciuto tale dal rabbino Akiva ben Joseph), portò 3 anni dopo alla distruzione definitiva di Gerusalemme e al divieto di residenza per gli ebrei (diaspora). L’affermazione del Cristianesimo originò poi una forte ostilità religiosa nei confronti degli ebrei che si protrasse per secoli.
La legge orale propugnata dai farisei formò la base del nuovo Ebraismo rabbinico. Maggiore studio, preghiera, devozione religiosa sostituirono sacrifici nel tempio e pellegrinaggi: in tal modo l’Ebraismo era praticabile dovunque. I rabbini scrissero quest’insieme di leggi che includono commenti alla Torah oltre a redigere commentari, il tutto divenne il Talmud. Questo denotava però l’influenza greca (ad esempio l’idea di anima immortale).
Nel XII secolo cominciò una serie di persecuzioni ed espulsioni degli ebrei dall’Europa occidentale.
Nella bolla Cum nimis absurdum del 12 luglio 1555 il papa Paolo IV, Gian Pietro Carafa, presidente dell’inquisizione romana e autore del primo Indice dei libri proibiti, scrive sugli ebrei: “È assurdo e sconveniente al massimo che gli ebrei, per propria colpa condannati da Dio alla schiavitù eterna, con la scusa di esser protetti dall’amore dei cristiani e tollerati nella collaborazione in mezzo a loro, possano mostrare tale ingratitudine verso di essi da oltraggiarli in cambio della misericordia ricevuta e pretendere di dominarli invece di essere sottomessi”; li definisce inoltre “deicidi…che osano vivere in mezzo ai cristiani e si vestono come loro, addirittura si comprano case, assumono balie e servitù cristiane, e commettono altri misfatti a vergogne e disprezzo del nome cristiano”. Per questo ghettizzò gli ebrei in tutto lo Stato pontificio: nacque così il serraglio degli ebrei, con la proibizione, tra le altre, della proprietà di immobili, di assumere servitù cristiana, di lavorare durante le feste cristiane, e con l’obbligo di svolgere solo attività di commerciante e robivecchi e di portare un segno distintivo (sciamanno): il primo ghetto sancito legalmente fu costituito a Roma nel 1555 e durò fin quando Napoleone il 17 maggio 1809 proclamò la fine del potere temporale dei papi e ordinò l’arresto di papa Pio VII. Ma con il ritorno papale a Roma il 24 maggio 1814 le porte del ghetto vennero nuovamente richiuse; con Pio IX il 17 aprile 1848 le mura e le porte del ghetto vennero smantellate. Ma solo quando l’esercito italiano occupò la città (20 settembre 1870 breccia di Porta Pia), finì il potere temporale della Chiesa (e il completamento dell’unificazione dell’Italia con l’eccezione di Trento e Trieste) e gli ebrei furono liberi.
Durante il periodo persecutorio sorsero dei sedicenti Messia e dei movimenti, ma delusero entrambi. Nel XIX secolo nacque il movimento del Sionismo (da Sion, la collina del tempio di Gerusalemme), che aveva l’obiettivo di riunire, in uno stato ebraico in Palestina, gli ebrei della diaspora; quest’azione diede origine allo stato di Israele nel 1948.
Oggi l’Ebraismo è ancora una religione monoteistica e ritiene che Dio agisca negli avvenimenti umani. Non crede nella trinità cristiana, crede invece nell’immortalità dell’anima che non scompare con la morte fisica, anche se questo non è un concetto biblico, ma s’infiltrò attraverso l’influenza greca. Per la teologia giudaica l’anima sopravvive altrove (da qui l’idea di Paradiso e Inferno sconosciute alla Bibbia ebraica) e il corpo attende la risurrezione in Terra. La Cabala, che riunisce gli insegnamenti esoterici e mistici del Giudaismo rabbinico, insegna perfino la dottrina indù della reincarnazione (trasmigrazione delle anime), mentre l’Ebraismo riformato ha respinto la risurrezione biblica.
Con l’Olocausto nazista gran parte degli ebrei persero anche la speranza dell’arrivo di un Messia.
Gli scritti sacri, redatti in ebraico e aramaico tra il XVI e il V secolo a.C., iniziarono con il canone biblico formato da Torah (la Legge attribuita simbolicamente a Mosè, detta anche Pentateuco: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio), Nevi’im (i Profeti) e Kethuvim (gli Scritti: Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Lamentazioni, Rut, Ecclesiaste, Ester, Daniele, Esdra, Neemia, Primo Cronache, Secondo Cronache), le cui iniziali creano l’acronimo Tanakh. Del Talmud e della Cabala si è già accennato in precedenza.
Si possono riconoscere tre principali correnti all’interno dell’Ebraismo: ortodosso, riformato e conservatore con all’interno ulteriori suddivisioni come ad esempio l’Hasidismo (o Chassidismo) nell’Ebraismo ortodosso. Queste correnti si differenziano perché, ad esempio, alcune ritengono la Bibbia (Tanakh) una scrittura ispirata e che Mosè abbia veramente avuto da Dio la legge orale sul monte Sinai. Altre osservano particolari leggi dietetiche (kashruth) o consentono che uomini e donne possano sedersi insieme durante il culto.

Cristianesimo

Si formò quando il culto delle divinità greco-romane era al culmine. Successivamente corruzione, crociate, guerre, immoralità, inquisizioni, ipocrisia, ricchezza non ne hanno frenato lo sviluppo e solo da pochi anni si nota una flessione dei seguaci. Ma il Cristianesimo dei primissimi secoli, specialmente quelli dopo la morte di Gesù (anche se non si è certi della sua storicità) e precedenti all’imperatore Costantino, che regnò dal 306 al 337, non era certamente così corrotto.
Nato storicamente come una delle correnti del Giudaismo, tanto che la sede della prima comunità cristiana fu Gerusalemme, il Cristianesimo, la cui fondazione si attribuisce a Gesù, morto e risorto per salvare l’umanità, è una religione rivelata e possiede un suo canone biblico.
Dissidi con il Giudaismo affiorarono in età apostolica, poiché i cristiani ravvisarono in Cristo l’attuazione delle promesse che Dio fece agli ebrei, come attestato dalla Bibbia ebraica (accettata dal Cristianesimo con il nome di Antico Testamento), e che quindi si vedeva come continuatore della storia religiosa ebraica. Ma fu proprio la figura di Gesù a distaccare i cristiani dagli ebrei (già allora la religione era foriera di divisione…), e la spaccatura crebbe nel momento in cui i cristiani stabilirono, specialmente grazie a Paolo di Tarso (san Paolo per la Chiesa cristiana, Saulo o Shaul per gli ebrei, nato a Tarso in Turchia, attorno all’anno 5, 10, giudeo di corrente farisea che prima della conversione vedeva i discepoli di Gesù come esponenti di un culto inaccettabile), di convertire i cosiddetti gentili, cioè i pagani ovvero i non cristiani. Ciò fece sì che il Cristianesimo si diffuse, già tra la fine del I e la metà del II secolo, prevalentemente fra i pagani. Incontrò però subito
l’avversione degli imperatori poiché a causa delle idee (una sola fede e una sola verità, negazione delle qualità divine dell'imperatore, rinuncia al servizio militare e agli impegni civili) era pericolosa per la stabilità di Roma. I cristiani vennero accusati di tradimento verso Roma, ateismo, incesti, infanticidi, cannibalismo rituale, provocazione di calamità. La religione venne violentemente criticata sia dal Senato che da importanti figure come ad esempio Tacito, Plinio, Svetonio. Le successive persecuzioni del III secolo atte a sopprimerlo, condusse tanti cristiani a morire, pur di non disconoscere il proprio credo, e a rimpinguarne le fila dei martiri, i quali vennero subito venerati della Chiesa. Ma ciò causò anche una sua maggiore espansione.
Inizialmente il sacerdozio era appannaggio di tutti i cristiani ma poi la classe sacerdotale si staccò dal messaggio originale voluto da Gesù e dagli apostoli. Roma, come in ogni altra comunità cristiana del I secolo, aveva negli anziani la classe di sorveglianti (epìskopos), non v’erano Papa, vescovi o una persona che detenesse il primato. Successivamente il termine epìskopos divenne vescovo nel senso di sacerdote con potere verso il clero della propria diocesi. Il vescovo di Roma, che si vantava di essere l’erede di Pietro, venne accettato da molti come vescovo supremo e, a partire dal III secolo, fu riconosciuto Papa (pàpas, padre).
Ma l’anno cardine che diede inizio all’ascesa indiscussa del Cristianesimo fu il 313, data dell’editto di Costantino I detto il Grande, che divenne il primo imperatore di Roma a convertirsi alla nuova religione; egli regnò dal 306 al 337. Come la mamma Elena, è considerato santo, anche se la Chiesa Cattolica non è concorde.
Secondo il mito Costantino, pagano che venerava il culto solare (ad esempio da imperatore il 7 marzo 321 decretò il Dies Solis quale giorno del riposo romano), alla vigilia della battaglia vittoriosa del 312 contro Massenzio, che gli contese il titolo imperiale presso il ponte Milvio alle porte di Roma, sognò Gesù.
Cristo gli disse di scrivere le prime due lettere greche del proprio nome (Χριστός e quindi Xp che significa Khristòs, anche detto Monogramma di Cristo o Chi Rho) sugli scudi dei soldati: un monogramma già usato in contesti precristiani pagani, come nel governo dei Tolomei in Egitto, quale abbreviazione dell'aggettivo Χρηστός che vuol dire chrestos ovvero buono. Il giorno dopo Costantino avrebbe visto addirittura una croce in cielo insieme alla frase: In hoc signo vinces, cioè In questo segno vincerai.
Dopo aver sconfitto Massenzio l’imperatore dichiarò di essere divenuto credente, anche se si battezzò solo poco prima di morire, circa 24 anni dopo.

Con Costantino alla religione cristiana venne riconosciuta libertà di culto e i loro vescovi, prima perseguitati, vennero privilegiati.
Il tutto iniziò nel 313 quando Costantino e Licinio firmarono il cosiddetto Editto di Costantino o Editto di Milano: “Noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, felicemente riuniti in Milano, e trattando di ciò che riguarda la sicurezza e utilità pubblica, abbiamo creduto che uno dei nostri primi doveri fosse di regolare ciò che interessa il culto della divinità e di accordare ai Cristiani, come a tutti gli altri nostri sudditi, la libertà di seguire la loro religione, onde richiamare il favore del Cielo sopra di noi e sopra tutto l’Impero” (Eusebio HE X,5 e Lattanzio De mort. Persec. 48), riconoscendo libertà di culto a qualunque religione presente nell’impero e fermando le persecuzioni contro i cristiani. L’ufficialità del Cristianesimo come una delle religioni dell’impero romano, comportò maggiore vicinanza al potere politico.
Pian piano Costantino si sbarazzò dei suoi rivali (Massimiano, Massenzio, Licinio, Galerio e Massimino Daia), e nel 324 divenne unico imperatore d’Oriente e d’Occidente: in tal modo pose fine al sistema tetrarchico creato da Diocleziano, che contemplava il frazionamento dell'impero in quattro parti (due a capo di un imperatore, col titolo di augusto, e due di un cesare, suo successore).
Costantino fu sempre pontefice massimo (cioè capo del potere spirituale con autorità su tutti i sacerdoti; quando cadde l’Impero Romano, il titolo di pontifex maximus fu assunto dai Papi); essere un imperatore-papa gli permetteva, specie dopo l’Editto di Milano, di mettere bocca nelle controversie dottrinali e di dare origine a quel miscuglio chiamato successivamente cesaropapismo che consisteva nell’aggregazione in un’unica figura del potere politico e religioso. L’imperatore desiderava ovviamente la stabilità del proprio impero. Quando il teologo cristiano Ario sostenne che la natura divina del Figlio fosse sostanzialmente inferiore a quella di Dio e che quindi nella Trinità l'unico Dio era il Padre, e Cristo non aveva natura divina, convocò nella casa dell’imperatrice Fausta, sua seconda moglie, il Concilio di Nicea (città orientale di lingua greca nei pressi dell’odierna Iznik in Turchia) dal 2 al 4 ottobre 325. Pare con una partecipazione di 250 vescovi su 318, di cui la maggior parte di lingua greca: non c’era papa Silvestro I. Il concilio formulò il Simbolo Niceno ponendo le basi per la successiva teologia trinitaria, scomunicò Ario e decretò la morte per chi conservasse un suo libro. Nella formula del Credo approvato nel concilio si riprende il termine cattolico, ovvero universale, riferito alla Chiesa (già comparso una prima volta, all’inizio del II secolo, nelle lettere di Ignazio di Antiochia, vescovo siriaco). È la vera nascita della Chiesa cattolica in opposizione alle eresie e derive settarie: la chiesa si auto referenziava, di fatto e con la forza, come il solo Cristianesimo legittimo. Il termine cattolica fu mantenuto da tutte le chiese nate dagli scismi dei primi secoli come da quella orientale del 1054. Poi con il Concilio di Trento, ovvero con la riforma della chiesa fedele al Papa opposta al Cristianesimo riformato da Lutero, Calvino, Zwingliani e altri, la chiesa di Roma mantenne il termine cattolica, mentre le chiese protestanti preferirono chiamarla romana.
La conseguenza della Trinità anticipata nel concilio di Nicea e formulata in quello di Costantinopoli del 381 fu che, se Gesù era Dio incarnato, Maria, madre di Gesù, era anche Madre di Dio. Ciò condusse alla venerazione in maniera parossistica di Maria nonostante l’assenza di versetti biblici di peso sia di Maria che della Trinità.
Da acuto statista l’imperatore sfruttò la potenza che andava assumendo il Cristianesimo rispetto al Paganesimo, sostituendo quest’ultimo nell’apparato statale. Comprese che, visto il numero crescente di cristiani, sarebbe stato meglio appoggiare questa nuova religione piuttosto che combatterla.
Già alcuni decenni dopo la morte degli apostoli i cristiani cominciarono a frammentarsi: attorno alla fine del II secolo Ireneo elencava venti varietà di Cristianesimo; verso il termine del IV Epifanio ne contava il quadruplo. A ciò contribuì probabilmente anche il fatto che Costantino fu attratto più dalla parte greco-orientale del proprio impero, dato che fece erigere una nuova capitale nell’odierna Turchia: Costantinopoli (attuale Istanbul). Per secoli la Chiesa Cattolica fu dunque scissa a metà: Roma di lingua latina a Occidente, Costantinopoli di lingua greca a Oriente. I disaccordi sulla Trinità non aiutarono: il concilio del 451 a Calcedonia (l’attuale quartiere Kadıkoy a Istanbul) tentò di mettere ordine sulle nature di Cristo. L’Occidente ne accettò le conclusioni mentre l’Oriente no, tant’è che si formarono la Chiesa copta in Egitto e in Abissinia e quella giacobita in Siria e Armenia.
Vi furono altri motivi di divisione in seno alla Chiesa cattolica come per esempio l’aggiunta nel VI secolo, da parte della Chiesa d’Occidente, del termine filioque (e dal Figlio) al Simbolo Niceno per denotare che lo Spirito Santo incedeva dal Padre e dal Figlio e non solo dal Padre. Nell’876 un sinodo vescovile a Costantinopoli biasimò il papa per non aver rettificato l’eresia relativa al filioque (ma non solo), contribuendo all’opposizione orientale sulla potestà assoluta del papa sulla Chiesa. Nel 1054 la Chiesa di Roma scomunicò il patriarca di Costantinopoli, il quale fece lo stesso contro il Papa. Ciò causò la nascita delle Chiese Ortodosse Orientali (leggi come crebbe la Chiesa nella Roma del Medioevo).
Tornando a Costantino, emerge dunque la valenza politica della sua scelta di premiare la religione cristiana a scapito delle altre credenze, preferenza scaturita non per qualche evento soprannaturale, ma per meri fini politici: egli per evitare minacce all’unità del suo impero, appoggiò il Cristianesimo, confezionando ai suoi capi delle concessioni. I cristiani erano ben organizzati e, deluso dall’efficacia degli altri dèi, decise di usare loro. Ma quando scoprì che c’erano correnti diverse convocò il citato Concilio di Nicea (dove modificarono anche i Dieci comandamenti) e produsse una versione cristiana omogenea. Vennero bruciati tutti i documenti discordanti (come i Vangeli gnostici che precedettero il Cristianesimo), bollati come eretici.
Dato che l’Impero Romano era esteso e complesso, e non tutti avrebbero accettato il Cristianesimo, Costantino consentì che culti pagani fossero, in un certo senso, tramutati in cristiani.
Ecco alcuni esempi:
- Il culto egiziano di Iside dea madre, fu sostituito con Maria. Alcuni titoli usati per Iside (Regina del cielo, Madre di Dio, Theotokos o portatrice di Dio) vennero attribuiti a Maria che assunse una veste ben più importante di quello assegnatole dalla Bibbia; in tal modo attrasse i seguaci di Iside. Diversi templi della dea egizia divennero dedicati a Maria. Accenni di mariologia cattolica cominciarono a comparire negli scritti di Origene (185 ca. - 254 ca.), teologo e scrittore cristiano di lingua greca vissuto ad Alessandria d’Egitto, centro principale del culto di Iside
- Il Mitraismo, religione molto seguita nell’Impero Romano tra il I e il V secolo (ufficialmente scomparve col decreto Teodosiano del 391, che mise al bando tutti i riti pagani), venne sostituito dal Cristianesimo. Essendo una religione misterica la cui origine s’identifica nell'area del Mediterraneo orientale intorno al II-I secolo a.C., il Mitraismo non originò scritture rivelate e anche i suoi rituali erano segreti e riservati agli iniziati. Una sua pratica pare comunque consistesse in un pasto sacrificale che implicava mangiare carne e bere sangue di un toro. Il dio Mitra era fisicamente presente in entrambi e veniva consumato per essere salvato come avviene nella Cena del Signore o Comunione cristiana (per quest’ultima alcuni cristiani attribuirono un diverso significato a tale pratica, dissociandosi dall’idea biblica di semplice commemorazione della morte di Cristo). Molti credono di scorgere aspetti del Cristianesimo provenienti dal Mitraismo, ma in realtà la questione è dibattuta
- La prevalenza dei romani era enoteista, cioè non escludeva l'idea di pluralità degli dèi. Il Cattolicesimo li sostituì con i santi. Come esisteva un dio dell’amore, uno del mare, uno della guerra, ecc., così la Chiesa Cattolica ha un santo con un certo compito, ad esempio se fossi cattolico, essendo un informatico, dovrei rivolgermi a santa Veronica, patrona anche di lavandaie, fotografi, mercanti di lino, celebrata il 12 luglio. E dato che molte città romane erano protette da una certa divinità, si ebbero anche santi patroni alle città

Dato che molte pratiche e credenze cattoliche non sono contenute nella Bibbia, la Chiesa non può che negarne indirettamente la sufficienza integrandola con la Tradizione cristiana, ratificata dal concilio di Trento, unita a eventi non provabili, ma giudicati veri dai fedeli e dalla gerarchia religiosa. Con questa finezza dell’imposizione della Tradizione come avente stesso valore (ma che poi in realtà risulta superiore) delle Scritture, che dovrebbero rappresentare la parola di Dio, la Chiesa rigetta in sostanza i versetti della Bibbia che la contraddicono e con l’aiuto dei dogmi può imporre ulteriormente i suoi fini opportunistici.
Oltre all'editto del 313 non si può tralasciare il falso documento noto come Donazione costantiniana, che s’ipotizzò diretto nel 313 da Costantino a Papa Silvestro I e ai suoi successori, riguardante varie questioni tra cui la definizione dei beni temporali della Chiesa di Roma, i poteri di sovranità temporale su Roma e sull’Italia, nonché il potere imperiale; il Papa avrebbe potuto assegnare quel potere temporale a chicchessia. “Noi decretiamo che si debba venerare e onorare la nostra santissima Chiesa Romana e che il Sacro Vescovado del santo Pietro debba essere gloriosamente esaltato sopra il nostro Impero e trono terreno. Il vescovo di Roma deve regnare sopra le quattro principali sedi di Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, e sopra tutte le chiese di Dio nel mondo. [...] Infine, noi diamo a Silvestro, Papa universale, il nostro palazzo e tutte le province, palazzi e distretti della città di Roma e dell’Italia e delle regioni occidentali. La veridicità del documento, in dubbio fin dalla dinastia sassone degli Ottoni (X e XI secolo), venne smascherata nel XV secolo da Nicolò Cusano e dall’umanista Lorenzo Valla. Quest’ultimo nel 1440, intervenendo sull'ingerenza pontificia riguardo la successione sul trono del regno di Napoli, denunciò la falsità del documento con una memorabile dissertazione, il De falso credita et ementita Costantini donatione declamatio. Con le armi dell'analisi linguistica e argomentazioni di tipo storico-giuridico Valla dimostrò che l'atto era stato confezionato nell'VIII secolo dalla stessa cancelleria pontificia. L'epoca della compilazione oscilla tra il VII e il IX secolo, in un arco di tempo che va dal regno dei Franchi di Pipino il Breve a quello di Carlo Magno.
Un episodio di Papa Leone III rende bene l’idea delle strette relazioni tra il potere della chiesa e quello dell’imperatore acuite dalla Donazione costantiniana. Nel 799 il Papa viene accusato dal popolo di spergiuro, corruzione e adulterio ed è costretto a spostarsi da Roma nelle terra dei Franchi per vedersi con Carlo Magno e Alcuino di York, monaco anglosassone fautore del Sacro Romano Impero (ovvero l’impero come istituito da Dio): il monaco mentre a Carlo Magno dice: “La regia dignità di Gesù Cristo deve essere affidata a Voi per reggere il popolo cristiano con le armi contro i pagani e gli infedeli, nonché contro i traditori come quelli che hanno attentato alla vita di Sua Santità, per rafforzare all’interno l’affermazione della fede cristiana”, al papa dichiara: “A Voi spetta di far scendere sul sovrano la benedizione di Dio”.
Carlo Magno, il giorno di Natale dell'anno 800, verrà incoronato imperatore da Leone III a San Pietro divenendo protettore della cristianità e, secondo molti storici, fondatore del Sacro Romano Impero (insieme di regioni dell'Europa centro-occidentale ritenuto una prosecuzione dell’Impero Romano d'Occidente; sacro perché voluto da Dio e per tale ragione era il Papa a poter incoronare l'imperatore). In cambio il Papa ritorna a Roma e, con un processo farsa regolato da Carlo Magno e Alcuino, vengono demolite tutte le sue accuse.
Da allora i Papi utilizzarono la falsa Donazione di Costantino per motivare il potere temporale della Chiesa contro le pretese imperiali. In realtà il Papa iniziò a esercitare un potere temporale su Roma e zone limitrofe già verso il VI secolo, nonostante molti ritengano il 728 l’anno d’inizio dello Stato della Chiesa, e cioè quando il re longobardo Liutprando operò la Donazione di Sutri, una cessione territoriale, a favore di papa Gregorio II.
Bisogna anche ricordare che dopo Costantino, il quale accordò libertà di culto e privilegi alla religione cristiana, Teodosio I detto il Grande (imperatore romano d'Oriente dal 379 al 395 e d'Occidente dal 394 al 395, ultimo sovrano dell’impero unificato), con l'editto di Tessalonica del 27 febbraio 380, siglato anche dall'imperatore d'Occidente Graziano, proclamò la religione cristiano-cattolica religione ufficiale dell'impero e proibì i culti pagani. L’atto costantiniano di qualche decennio prima e questo di Teodosio e Graziano, procurarono enormi vantaggi al Cristianesimo e ai loro vescovi i quali vennero esentati dalle tasse, ebbero diritto a ereditare i beni dei fedeli, ricevettero proprietà, privilegi economici e giuridici e poteri da Roma e le loro chiese, a volte costruite con i soldi dello Stato, divennero ricche e potenti:
Codex teodosiano CTh.16.12 e CTh.16.121 (380 febr. 27)
"Noi vogliamo che tutti i popoli governati dalla clemenza nostra seguano la religione che il santo apostolo Pietro rivelò ai Romani e che il pontefice Damaso e il Vescovo Pietro d'Alessandria professano. Noi crediamo che il Padre, il Figliolo e lo Spirito Santo formino un sola divinità sotto un'eguale maestà e una pia trinità.
Pertanto ordiniamo che tutti quelli che seguono questa fede si chiamino Cristiani cattolici, e, poiché' crediamo che gli altri siano dementi e insani, vogliamo che essi subiscano l'onta dell'eresia e che i loro conciliaboli non abbiamo più il nome di chiese. Oltre la condanna della divina giustizia, essi riceveranno le severe pene che la nostra autorità, guidata dalla celeste sapienza, vorrà infliggere loro
.".
Codex teodosiano CTh.16.5.6.1 - CTh.16.5.6.2 - CTh.16.5.6.3 (381 ian. 10)
"Agli eretici non deve essere concesso alcun luogo dove celebrare i loro misteri, non deve essere loro concessa alcuna opportunità di abbandonarsi alla demenza ostinata delle loro menti. Ogni riunione illecita deve cessare. Deve essere celebrato solo il nome di Dio unico e supremo. Sia mantenuto il credo di Nicea che ci è stato tramandato dai nostri padri e che è confermato da tutte le testimonianze della nostra divina religione. L'errore di Potino, il veleno del sacrilego Ario, gli inganni del perfido Eunomio e con essi tutte le mostruosità delle odiose sette eretiche ed i nomi dei loro autori siano cancellati dal ricordo di ognuno di noi. Sarà considerato confessore della fede di Nicea e vero osservante della religione cattolica soltanto chi riconoscerà il Dio come Padre e Cristo come suo figlio, unico Dio con lui. Dio da Dio, luce da luce. E che non neghi lo spirito Santo per mezzo del quale noi riceviamo ciò che ci viene concesso in dono dal Padre.
In una parola: chi riconoscerà con fede pura, senza alcuna alterazione, la sostanza indivisibile della Trinità che i veri credenti designano con la parola "ousia".
Coloro che non si sottometteranno, cessino di nascondersi falsamente sotto il nome della vera religione e siano indicati con il vero nome del loro errore; siano essi allontanati da tutte le chiese e nessuna riunione di eretici sia tollerata entro le mura di tutte le città dell'Impero. E se essi faranno qualche tentativo fazioso per impossessarsi di una chiesa, vengano espulsi dalla città, di modo che tutte le chiese cattoliche appartengano soltanto a coloro che osservano la fede di Nicea.
".
La Chiesa cristiano-cattolica, legata ormai totalmente al potere, da entità in passato perseguita diviene, a partire dal 381, persecutrice verso gentili, ebrei ed eretici. Il Cristianesimo dilaga in tutta Europa la cui conversione si conclude ufficialmente nel 1386, con quella del re della Lituania.
Il rafforzamento del Papa certifica il primato della Chiesa sullo Stato (già alla fine del IV secolo il dottore e padre della Chiesa Giovanni Crisostomo nelle Omelie afferma: Il clero occupa una posizione più altolocata del re), che con la caduta dell’Impero Romano del 476, fa della Chiesa l’unica autorità in Occidente, tanto che Papa Gelasio (492-96) si permette di dire all’imperatore d’Oriente Anastasio: Tu sai, grazioso figliolo, che malgrado sia al vertice dell’umanità per dignità, tuttavia devi chinare devotamente la testa davanti ai padri nelle questioni divine, e aspettare da loro lo strumento della tua salvezza (Epistola 12).
E solo pochi anni fa, nel Discorso all'assemblea dei vescovi italiani del 18 maggio 2006, Benedetto XVI dichiara: Una sana laicità dello Stato comporta senza dubbio che le realtà temporali si reggano secondo norme loro proprie, alle quali appartengono però anche quelle istanze etiche che trovano il loro fondamento nell'essenza stessa dell'uomo e pertanto rinviano in ultima analisi al Creatore…, cioè alla Chiesa.
Molto articolato è il legame tra il Cattolicesimo, delineatosi a partire dal IV secolo (legata al potere e gerarchizzata, amante dei dogmi e delle indulgenze, pretenziosamente infallibile, sessuofobica, favorevole all’inquisizione ma con la consegna degli eretici al braccio secolare, cioè alle autorità locali, per essere torturati e uccisi, in modo che la Chiesa fosse sembrata libera da colpe di sangue, dedita alla guerra santa e a quelle di evangelizzazione e conquista) e il Cristianesimo da cui si è divisa.
La riduzione dei libri canonici del Nuovo Testamento, ossia ispirati da Dio (Il decreto di Papa Damaso I del 382 De explanatione fidei, espelle infatti molti dei, a suo dire, Vangeli apocrifi, riconosciuti tali anche dal Concilio di Trento), porta all’inevitabile conseguenza che il Cristianesimo delle origini, ovvero quello di Gesù, si basa su materiale precedentemente filtrato dal regime cattolico.
Bisogna anche dire che la Chiesa primigenia trasmise le dottrine apostoliche principalmente per via orale e che dei Vangeli canonici, terminati in date non antecedenti la fine del I secolo, non se ne conoscono gli autori reali: l’evidenza filologica e storica data però Marco verso il 70, Matteo e Luca tra il 70 e il 100, Giovanni verso il 100, anche se la CEI resta per Matteo al 40/50, Marco al 65, Luca al 65/70, Giovanni a dopo il 100, attribuendoli proprio ai due apostoli (Matteo e Giovanni) e ai discepoli di Pietro (Marco) e Paolo (Luca). Comunque sia non sono stati scritti durante l’esistenza del supposto Gesù, né immediatamente dopo la sua morte.
È anche utile sapere che la Riforma protestante (movimento di separazione dalla Chiesa cattolica, ufficializzato nel 1521, che ha originato il Cristianesimo evangelico) seguì di pochi decenni l’invenzione della stampa del 1455 (anno di pubblicazione della Bibbia di Gutenberg) e la traduzione della Bibbia nelle lingue del popolo. Quando quest’ultimo iniziò a leggerla per conto proprio, divenne lampante quanto la Chiesa cattolica se ne fosse allontanata costruendo una prodigiosa, contorta e inverosimile architettura logico-concettuale da utilizzare come strumento di dominio per mantenere e rinforzare il proprio potere, condizionando indifesi sprovveduti, facendoli credere in inconcepibili menzogne vendute come verità.
Nel 1564 papa Pio IV vietò la lettura della Bibbia in lingua volgare e chi l’avesse letta o tenuta senza il permesso del vescovo, avrebbe commesso peccato mortale e non avrebbe ricevuto l’assoluzione dal confessore.
Mentre la cristianità si evolveva in un siffatto modo, in Medio Oriente un arabo del VII secolo fondò l’Islam che oggi tallona il Cristianesimo come numero di seguaci.

Gesù è un personaggio storico

Riguardo Gesù, le notizie che abbiamo su di lui provengono quasi esclusivamente dal Nuovo Testamento, redatto dalle prime comunità cristiane per propagare la fede; ciò rende difficile una ricostruzione storica di quest’uomo che, si dice, visse e fu crocifisso nel 30 sotto Ponzio Pilato. Yehoshua ben Yosef, detto Gesù, è figlio degli ebrei Giuseppe e Maria, egli non aveva l’intento di fondare una nuova religione, ma di dare compimento all’Ebraismo.
I secoli a ridosso dell’inizio dell’era cristiana, quelli di Augusto prima e Tiberio dopo, furono ben documentati storicamente, ma sostanzialmente mancano riferimenti extrabiblici sulla storicità di Gesù da parte di storici del tempo, nonostante i supposti miracoli e la risurrezione. Addirittura Gesù non viene mai citato nei documenti contemporanei o appena successivi all’epoca in cui si pensa visse e bisogna attendere decine di anni dopo la sua morte per avere qualche sporadica notizia con Flavio Giuseppe, Plinio il Giovane, Svetonio, Tacito. Gesù resta dunque un uomo concepito normalmente e morto in croce come perturbatore della quiete pubblica.
Lo storico ebreo Flavio Giuseppe (37–101) lo cita nelle Antichità giudaiche Libro XVIII del 93:
A quel tempo visse Gesù, un uomo saggio, se pure si può chiamarlo uomo: perché compì opere straordinarie, e insegnò a coloro che amavano la verità. Egli portò a sé molti ebrei e molti Gentili. Egli era il Cristo. E quando Pilato udì che era accusato dai nostri governanti, lo condannò alla croce. Coloro che lo avevano amato dagli inizi non persero la fede in lui, ed egli apparve loro redivivo il terzo giorno, perché i profeti avevano previsto questa e altre mille altre meraviglie su di lui. E la tribù dei Cristiani, che prende il nome da lui, non si è estinta fino ad oggi”.
In alcuni manoscritti giunti fino a noi, questo passo non c’è. Inoltre il teologo Origene di Alessandria (185-254) non lo cita pur conoscendo l’opera, ma rimpiangeva che Flavio Giuseppe «non accettava Gesù come Cristo», e il discepolo di Origene Dionigi di Alessandria (190-264), santo e Padre della Chiesa, affermava che «non diceva niente delle cose meravigliose che il Signore aveva fatto».
Dato che una versione più ampia fu interpolata, in modo dimostrabile, nel Libro II de La guerra giudaica sempre di Flavio Giuseppe, è plausibile lo sia stato anche nell’altra. Le affermazioni su Gesù sono dunque false.
Il letterato romano Plinio il Giovane (62-112)in un’epistola a Traiano del 112 Lettere, X, parla in modo generico dei cristiani:
Affermavano che le loro colpe o errori si riducevano al fatto di incontrarsi in un giorno stabilito prima dell’alba per cantare un inno a Cristo come se fosse un dio [quasi deo], e di ritenersi vincolati da un giuramento non già a compiere un crimine, ma a non commettere furti, rapine o adultèri, a non tradire la fiducia, e a non rifiutarsi di restituire, se richiesti, ciò che avevano ricevuto in custodia”.
L’erudito latino Gaio Svetonio (70-140)nelle Vite dei Cesari Libro V, un’opera contemporanea alla precedente riporta soltanto il seguente trafiletto:
poiché gli Ebrei fomentavano continui disturbi su istigazione di Cresto, [Claudio] li espulse da Roma.”.
Cresto traduce l’originale latino Chrestus (derivante dal greco Chrestos con il significato di Buono o Valoroso) e riguarda qualcuno che si trovava a Roma nel 54. Pare un soprannome che fu comune fra schiavi, in effetti il documento si riferisce a una loro rivolta. D’altra parte Gesù non è mai stato a Roma.
Lo storico romano Publio Cornelio Tacito (55-117) qualche anno dopo nei suoi Annali Libro XV, afferma come i cristiani fossero a Roma quando regnava Nerone (siamo quindi nel periodo fra il 54 e il 68) e che Cristo, da cui traevano il loro nome, fu giustiziato dal procuratore della Giudea Ponzio Pilato. In realtà Pilato era prefetto, quindi è possibile che non vengano citate fonti ufficiali.
Comunque sia, questi pochi nessi nebulosi e lontani nel tempo, sono insufficienti come prova dell’esistenza di Gesù, una figura descritta dai cristiani come stupefacente. Tra l'altro i suoi presunti miracoli, raccontati nei Vangeli, non sono documentati da nessuno storico. Ma anche ammettendo l'esistenza di un uomo, chiamato Gesù, si avvalora la tesi del tutto creato da Dio? Immaginiamo questo leader religioso due millenni fa, quando le genti veneravano le divinità, quando i fenomeni naturali venivano considerati un segno di qualche dio per carenza di una conoscenza capace di illuminarli. La religione è credulità, ignoranza, superficialità, desiderio di trascendenza e paura della morte. La Bibbia (Antico e Nuovo Testamento, quindi anche i Vangeli) non ci è giunta intonsa, tante sono le prove della sua manipolazione inoltre è autoreferenziale e abbonda di discordanze, quindi ciò che contiene non può considerarsi una prova storica dell'esistenza di Gesù, altrimenti anche altri libri proverebbero l’esistenza delle loro divinità.
E anche sulla morte di Cristo non si hanno prove di storicità; tanto meno sui fenomeni che gli vennero associati: secondo Luca “a mezzogiorno il Sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio”, ma è impensabile un’eclissi in quel periodo, mentre secondo Matteo “il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono; e uscendo dai sepolcri entrarono nella città santa e apparvero a molti”, peccato che, a parte lui, nessuno ne parli.
Inoltre nascita e morte di Gesù rivelano poi corrispondenze con leggende religiose di altri popoli: Horus e Osiride (Egitto), Mitra (Persia), Dioniso ed Ercole (Grecia). Nascita verginale, risurrezione sono archetipi mitici di varie culture.
Anche la decisione di optare per il 25 dicembre come data di nascita è ricavata dalla celebrazione del Sol Invictus, il Sole Invitto, l’El Gabal (divinità solare) che uno dei suoi grandi sacerdoti, divenuto poi l’imperatore romano Eliogabalo, portò a Roma dalla Siria nel 218.
L’imperatore Lucio Domizio Aureliano, noto ai romani per aver iniziato l’innalzamento delle famose mura aureliane, ne rese sacro il tempio il 25 dicembre 274, già festività del Natale del Sole, che corrisponde al solstizio d’inverno. In questo periodo, nel nostro emisfero boreale, il Sole è all'altezza minima possibile sull'orizzonte e visivamente sospende il movimento verso sud per tre giorni per poi riprendere la sua salita verso nord.
Simbolicamente può rappresentare morte, resurrezione e salita al cielo.
I seguaci del Sol Invictus e di Cristo avranno certamente fatto caso a questo collegamento, forse aiutati anche dal Vangelo di Giovanni «Io sono la luce del mondo», fatto sta che la correlazione Gesù - Sole divenne ufficiale quando papa Giulio I nel 350 scelse il 25 dicembre come nascita di Gesù.

Formazione della Bibbia

Secondo un aneddoto di Voltaire i padri conciliari per decidere tra libri canonici e apocrifi, li misero su un altare e tolsero quelli che erano caduti. A parte questa battuta del letterato francese, vari autori dei primi secoli citano i libri che le comunità ritenevano ispirati da Dio e perciò infallibili, sacri e normativi su fede e morale. Come già accennato nel De explanatione fidei del 382 Papa Damaso elenca ufficialmente i libri canonici della Bibbia ma senza, purtroppo, spiegare il motivo per il quale siano stati scelti proprio questi. Probabilmente riferendoci almeno a quelli del Nuovo Testamento, i criteri di scelta possono riconoscersi, secondo una concezione cattolica, nella Paternità apostolica (ascrivibile all'insegnamento o alla scrittura degli apostoli o dei loro seguaci), Ortodossia (testi che restino fedele ai dogmi di fede come ad esempio la Trinità), Uso liturgico dei testi esposti pubblicamente nelle prime comunità cristiane. Anche se c’è sempre qualcuno a cui piace ancora pensare che sia stato Dio stesso a far decidere quali libri scegliere.
Ecco un estratto relativo a Damaso:
«L'ordine del Vecchio Testamento comincia qui: Genesi di un libro, Esodo di un libro, Levitico di un libro, Numeri di un libro, Deuteronomio di un libro, Josue Nave di un libro, Giudici di un libro, Ruth di un libro, Dei Re di quattro libri, Paralipomeni di due libri, Salmi di un libro, tre libri di Salomone: Proverbi di un libro, Ecclesiaste di un libro, Cantico dei Cantici di un libro; altrettanto Sapienza di un libro, Ecclesiastico di un libro.
Allo stesso modo, l'elenco dei Profeti: Isaia di un libro, Geremia di un libro, insieme a Cinoth, cioè, le sue Lamentazioni, Ezechiele di un libro, Daniel di un libro, Osea di un libro, Amos di un libro, Michea di un libro, Gioele di un libro, Abdia di un libro, Giona di un libro, Naum di un libro, Abacuc di un libro, Sofonia di un libro, Aggeo di un libro, Zaccaria di un libro, Malachia di un libro.
Allo stesso modo l'ordine delle storie. Giobbe di un libro, Tobia di un libro, Esdra di due libri, un libro di Esther, Giuditta di un libro, Maccabei di due libri.
[…] l'ordine degli scritti del Nuovo Testamento […]
Dei Vangeli, secondo Matteo di un libro, secondo Marco di un libro, secondo Luca di un libro, secondo Giovanni di un libro.

Le epistole di Paolo, l'apostolo in numero quattordici. Una per i Romani, due ai Corinti, una agli Efesini, due ai Tessalonicesi, una ai Galati, una ai Filippesi, una ai Colossesi, due a Timoteo, una a Tito, una a Filemone, una agli Ebrei.
Allo stesso modo l'Apocalisse di Giovanni di un libro. E gli Atti degli Apostoli di un libro.
Allo stesso modo le epistole canoniche in numero sette. Le due epistole Di Pietro l'Apostolo, una epistola di Giacomo Apostolo, una epistola di Giovanni l'Apostolo, di un altro Giovanni, il presbitero, due epistole, di Giuda il Cananeo, l'Apostolo una epistola.
Il canone del Nuovo Testamento finisce qui.»
In realtà sarebbe prima da chiarire a quale canone biblico, cioè a quali testi contenuti nella Bibbia, ci si riferisce e capire che non sussistono copie originali o autografe della Bibbia, ma centinaia di manoscritti con nutrite varianti e traduttori che tentano di ritrovare affannosamente l’esemplare più remoto possibile del testo perché più vicina all’originale.
Ebrei e varie suddivisioni cristiane hanno liste diverse di libri ispirati. La Bibbia ebraica non ha i libri del Nuovo Testamento perché relativi a Gesù, mentre la Bibbia cattolica comprende nell'Antico Testamento i cosiddetti libri Deuterocanonici (cioè del secondo canone ovvero quelli fissati nel concilio di Trento), non presenti nella Bibbia ebraica e protestante. Ciò fa sì che, a parte le quattro decine di libri del canone ebraico, quello delle diverse confessioni cristiane oscilli, considerando Antico e Nuovo Testamento, attorno alla settantina, alcune ne hanno di più, alcune di meno.
Se la discriminante tra Bibbia ebraica e cristiana è Gesù, quella delle diverse confessioni cristiane risiede nella diversa interpretazione degli scritti e così si hanno i canoni: ebraico, samaritano, ortodosso, cattolico, protestante (con ulteriore diversa quantità di libri), copto, siriaco.

Radici pagane del Cristianesimo

Sia il Cristianesimo che il Cattolicesimo si sono impadroniti di usanze pagane, quasi sempre di origine contadina, astronomica o meteorologica, allo scopo di ampliare il proprio potere.
Per sostituirsi alle religioni esistenti occorreva scambiare la venerazione degli dèi pagani con santi cristiani (la falsità cattolica che usa tale sostantivo femminile al posto di adorazione, che va unicamente a Dio, è emblematica) e cristianizzare le feste pagane. Vediamone alcune insieme ad altre bizzarie: Natale, Pasqua, Candelora, Ognissanti, Ferragosto, Epifania, Culto dei santi e reliquie, Culto di Maria, Transustanziazione.

Natale e culto solare

Ne abbiamo già accennato. I Vangeli non forniscono la data di nascita di Gesù; questa fu identificata con il solstizio d’inverno che combaciava con il periodo dell'anno nel quale la durata del giorno iniziava ad aumentare. Era un giorno già festeggiato prima dell’avvento del Cristianesimo come cerimonia pagana collegata al sole che ricominciava a crescere. I romani celebravano il sole invincibile (Sol invictus), gli egiziani la venuta al mondo di Horus, i Persiani di Mitra, i Greci di Helios, i Siriani di El Gabal e così facevano tante altre civiltà legate al culto del dio Sole.
Le popolazioni primitive erano molto attaccate ai cicli naturali dato che da essi dipendeva la loro stessa vita. La Natura era oscura e potente e bisognava accattivarsene le forze.
Al centro primeggiava il sole poiché sosteneva la vita quotidiana, era fonte d’energia e prosperità dei raccolti, portava le radiazioni luminose e il calore salvando l’uomo dal freddo, dal buio e dagli animali notturni. Per tale motivo già le prime culture antiche ritennero opportuno adorarlo e il timore che non spuntasse più, che perdesse forza d’inverno, rappresentava una sciagura. Evidenze storiche fanno risalire la festa del dio Sole già al pantheon mesopotamico con il dio babilonese e assiro Shamash (Samas), che subentra al sumerico Utu, rappresentato dal disco solare.
Il sole, per le qualità di salvatore dell’umanità e portatore di vita, era il Creatore, era Dio.
Attraverso dei riti si doveva quindi scongiurare che non si innalzasse più e aiutarlo quando aveva meno forza. Fu la nascita delle celebrazioni legate al solstizio d’inverno.
Qualche giorno prima del 25 dicembre, nell’emisfero nord terrestre (il nostro), il sole, dopo essersi mosso da nord verso sud, pare quasi fermo nel cielo (evento maggiormente visibile quanto più si è a ridosso dell’equatore): sembra quasi morire. L’oscurità notturna ha la massima durata e la luce la minima: il sole muore. È il giorno del solstizio (solstitium cioè sole fermo).
Successivamente al solstizio, la luminosità riprende a crescere sino al solstizio estivo di giugno (giorno più lungo, notte più corta). Il solstizio d’inverno casca di norma il 21, più raramente il 20 e, per l’inversione apparente del moto solare è palese 3, 4 giorni dopo, a Natale: in quel periodo il sole è nel periodo più pallido per luce e calore, ma poi pian piano, dal 25, comincia a muoversi verso nord per tornare intenso e invincibile (invitto).
Nel 274 l’imperatore romano Aureliano ufficializzò il 25 dicembre come festa del Sol Invictus e nel 330 Costantino la cristianizzò rendendola nascita di Gesù. Nel 383 venne anche modificato la denominazione dell'ultimo giorno della settimana il quale, da dies solis (giorno del sole, l’odierno Sunday inglese e Sonntag tedesco) divenne dies domini (giorno del Signore). Ciononostante la venerazione del dio Sole permase nei cristiani ancora per molto tempo se nel settimo sermone del Natale del 460 (XXVII-4) Papa Leone I, detto anche Leone Magno, ammetteva:
«È così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni apparenza di ossequio a questo culto degli dèi.».
In Egitto, Perù, Messico, Asia e nell'Europa arcaica, il culto del sole godette di molto favore. Esso tese a sostituire la figura uranica (divinità che vive in cielo o che partecipa della natura celeste) del dio atmosferico e fecondatore, consorte o subalterno della Grande Dea Madre e talora Padre del dio della vegetazione. Il dio Sole cominciò a essere antropomorfizzato (Iside, Horus e Ra in Egitto, Tonatiuh per gli aztechi, Inti per gli inca, Surya nei Veda, Marici per i buddisti, Amaterasu per i giapponesi, Utu/Shamash per gli accadi, Shapash per i cananei, ecc.).
A Roma il culto del Sole giunse in età imperiale grazie alle gnosi orientali e per molti la religione cristiana sembra proprio una sua riproposizione con Cristo sostituito al Sole.
Ancora oggi permane l’uso dell’ostensorio (impiegato per l'adorazione eucaristica con i fedeli che si inginocchiano al suo cospetto perché l’ostia merita la totale adorazione), in cui l’ostia consacrata viene ostentata come un Sole che irradia raggi dorati. Introdotto nella liturgia da Bernardino da Siena nel XV secolo, era utilizzato in quella egizia per il culto solare di Aton.
Nella Messa, la quinta Antifona per il 21 dicembre (giorno del solstizio d’inverno), recita: "O Astro che sorgi, splendore d'eterna luce e sole di giustizia, vieni e illumina chi giace nelle tenebre e all'ombra della morte".
Qualche studioso si spinge più in là e dà una lettura astronomica della vicenda. Dato che le culture preistoriche erano a conoscenza della precessione degli equinozi ovvero, per farla breve, avevano cognizione che pressappoco ogni 2.150 anni il sole entra in un diverso segno dello zodiaco (probabilmente ideato in Mesopotamia verso il 2000 a.C.). Dal 4300 a.C. al 2150 a.C. ci fu l'Era del Toro (Nel Vecchio Testamento quando Mosè scende dal Monte Sinai con i 10 comandamenti, si arrabbia vedendo il suo popolo adorare un Toro d'oro. Mitra, una divinità precristiana uccide un toro a simboleggiare l’uscita dalla costellazione del Toro verso quella dell'Ariete); dal 2150 a.C. all'1 ci fu l'Era dell'Ariete, e dall'1 al 2150 l’Era dei Pesci (introdotta da Gesù, il Grande Pescatore che dona la vita, che nutrì cinquemila uomini con 5 pani e 2 pesci in un miracolo e quattromila uomini con sette pani e pochi pesciolini in un altro e che, quando cominciò il suo ministero, fu seguito da alcuni apostoli pescatori e gli promise che saranno diventati pescatori di uomini. Il cappello del Papa è una testa di pesce. Il pesce è l'antico simbolo cristiano); nell'anno 2150 circa seguirà l'Era dell'Acquario.
La radice etimologica della parola italiana dio si ritrova nel latino deus, nel greco theos, nel sanscrito dyaus, tutte con il significato di luminoso, splendente e individuavano il giorno (in latino dies) e il cielo. Da qui si ebbero il Dyaus Pitar indù, lo Zeus Pater greco, il Deus Pater latino, il Dio Padre italiano, i quali vogliono dire Padre Cielo o Padre che sei nel Cielo. Con il Padre Nostro i cristiani in realtà richiamano Giove (Iove, ablativo di Iuppiter, che è la contrazione del vocativo Dyeu Pitar), ma anche il Dyaus Pitar dei Veda.
A scanso di equivoci sul sito del Vaticano stesso c’è la trascrizione dell’udienza generale di Giovanni Paolo II (Papa Wojtyła) del 22 dicembre 1993: “Eccoci giunti di nuovo a Natale, solennità liturgica che commemora la nascita del Divin Salvatore, ricolmando i nostri animi di gioia e pace. La data del 25 dicembre, com’è noto, è convenzionale. Nell’antichità pagana si festeggiava in quel giorno la nascita del “Sole Invitto”, in coincidenza col solstizio d’inverno. Ai cristiani apparve logico e naturale sostituire quella festa con la celebrazione dell’unico e vero Sole, Gesù Cristo, sorto sulla terra per recare agli uomini la luce della Verità.
Dunque dal 1993 è ufficiale, il Natale ha sovrascritto la festa del Sol Invictus, il Sole invincibile che, trascorso il solstizio d’inverno, torna a prolungare le giornate.

Pasqua

I cristiani a Pasqua celebrano la risurrezione di Gesù. Essa riprende la Pasqua ebraica (Pesach) che però commemora l’uscita degli ebrei dall'Egitto, per mano di Mosè, e si festeggia il quattordicesimo giorno del mese nisan, durante la luna piena di marzo-aprile. Fino al II secolo la festa era seguita anche dai cristiani per onorare il trapasso di Cristo, ma nel concilio di Nicea del 325 la Pasqua cristiana, in base a un passo di San Paolo, divenne la domenica dopo la prima luna piena di primavera.
A seconda della data vengono stabilite automaticamente il mercoledì delle Ceneri, 47 giorni prima dove, nel primo giorno di Quaresima (un periodo di digiuno e penitenza in preparazione della Pasqua), vengono sparse ceneri di palma e ulivo sul capo dei fedeli in segno di penitenza e la Pentecoste, 50 giorni dopo, per commemorare la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli.
La Pasqua ebraica scaturisce dall’equinozio di primavera (stessa durata per notte e giorno, similmente all’equinozio autunnale) e vi è la rinascita della Natura e del raccolto. Il termine inglese per Pasqua Easter riconduce alla dea germanica Eostre, paragonabile alla sumera Inanna e a tutte le successive dee come già spiegato in precedenza. La Pasqua era quindi già nota ai pagani come festa di primavera con la natura che, trascorso il periodo invernale, riprende vita come Gesù nella Pasqua cristiana.
Successivamente nacquero delle usanze pasquali tra le quali il dolce della colomba, che indica Cristo e lo Spirito Santo, e l’agnello per la cena pasquale: si credeva che Satana potesse prendere le sembianze d’ogni animale tranne l’agnello, emblema di Gesù.

Candelora

Il 2 febbraio si festeggia la purificazione della Vergine Maria e la presentazione di Gesù al Tempio. La festa si chiama Presentazione del Signore o Candelora per il fatto che i fedeli si dotano di candele benedette contro le calamità le quali, una volta accese, rappresentano Cristo, luce del mondo.
La ricorrenza ha origini irlandesi con la festa all’apice dell’inverno e a metà tra solstizio invernale ed equinozio primaverile chiamata Imbolc (o Oimelc). Imbolc vuol dire in grembo, e si riferisce alla gravidanza delle pecore, mentre Oimelc significa latte ovino. Si trattava dunque di una festa collegata alle pecore: nascevano gli agnelli e si produceva latte di pecora. I prodotti di questi animali (latte, formaggio, burro, ecc.) permettevano l’esistenza di anziani e bambini nel freddo intenso di quel periodo dell’anno. Si festeggiava facendo ardere lumini e candele.

Ognissanti

Il primo di novembre si festeggiano tutti i santi. È una tradizione che risale alla cultura celtica rintracciabile in Irlanda, la quale separava l’anno in intervalli naturali: Samhain (31 ottobre) che corrisponde al Capodanno celtico, Yule (21 dicembre), Ostara (21 marzo), Imbolc (1° febbraio), Beltane (1° maggio), Litha (21 giugno), Lughnasadh (1° agosto), Mabon (21 settembre).
Il popolo dei celti, per la maggior parte pastori, aveva tempi cadenzati dal bestiame. Nel periodo dello Samhain (dal gaelico samhuinn con il significato di termine dell’estate), i campi avevano dato i loro frutti, gli armenti erano pasciuti, le scorte invernali preparate. La comunità si riposava, esprimeva gratitudine agli dèi e al contempo esorcizzava il sopraggiungere dell’inverno con i suoi rischi. La morte era un soggetto della festa, in armonia con quanto avveniva in natura: in inverno la vita inizia a rinascere nel mondo sotterraneo, nel luogo dei defunti. Ne discese l’avvicinamento dello Samhain al culto dei morti. I celti pensavano che il giorno precedente ogni nuovo anno, il 31 ottobre, Samhain rievocasse gli spiriti dei defunti, che dimoravano in un luogo felice, per farli venire nel mondo dei vivi.
Le conquiste dei romani fecero venire a contatto le culture cristiane e celtiche e la Chiesa ne approfittò per eliminare i culti pagani ma, la festa agricola che oggi conosciamo come Halloween (forma contratta di All Hallows’ Eve dove All Hallows = Tutti i Santi + Eve = Vigilia), non fu interamente cancellata e venne cristianizzata, con la nascita del giorno di Ognissanti il primo novembre e, nel X secolo, del giorno dei Morti il 2 novembre. Ognissanti iniziò a essere festeggiata a Roma il 13 maggio del 609, per la consacrazione del Pantheon alla Vergine Maria. In seguito Papa Gregorio III (731-741) spostò la festa al primo novembre, come già avveniva in Francia, mentre attorno al IX secolo venne ufficialmente istituzionalizzata ed estesa a tutta la Chiesa d’Occidente, grazie a Papa Gregorio IV. Nel XX secolo la festa ha assunto forme marcatamente commerciali.

Ferragosto

Il 15 agosto la Chiesa celebrava la verginità di Maria. Oggi, grazie alla bolla Munificentissimus Deus, promulgata da Papa Pio XII nel 1950 in cui si afferma il dogma dell’Assunzione della Vergine, si festeggia l'assunzione dell’anima e del corpo di Maria in cielo.
Per il Cattolicesimo Maria è l’unica persona, oltre a Cristo, a essere assunta materialmente in cielo: un’anticipazione della risurrezione delle carni cioè – secondo i cattolici – quel momento, alla fine dei tempi, quando tutti i corpi dei defunti si ricongiungeranno alle loro anime dopo il Giudizio universale. Tale assunzione veniva in realtà già celebrata nel VI secolo a Gerusalemme e, con l’imperatore bizantino Maurizio (582-602), venne estesa a tutto l’impero.
Nel 18 a.C. l'imperatore romano Ottaviano Augusto per riunire le festività di agosto e permettere di far riposare i contadini dopo il periodo del raccolto, dichiarò l’intero mese festivo e lo dedicò alle Feriae Augusti, è da qui che deriva il termine Ferragosto. L’istituzione delle Feriae Augusti si rifaceva in parte alle due antichissime feste romane dei Consualia (21 agosto e 15 dicembre) celebrate al termine dei lavori agricoli e dedicate al dio dei granai Conso. I festeggiamenti istituiti da Ottaviano, celebrati il primo agosto, furono spostati al 15 del mese in modo che la Chiesa potesse ricondurli alla festa per l’Assunzione di Maria.

Epifania

Il 6 gennaio i cristiani commemorano la manifestazione della messianicità di Gesù ai gentili, rappresentata dalla visita dei re Magi alla grotta di Betlemme che portano l'oro riservato ai re, l'incenso per il culto e la mirra come balsamo per i defunti. Per le Chiese orientali, l'Epifania (dal greco epiphaneía ovvero manifestazione qui inteso come apparizione di Cristo in Terra) è invece la festa del battesimo di Gesù e coincide con la celebrazione del Natale.
In realtà nel culto pagano del Dionisismo, il 6 gennaio si festeggiava l’allungarsi del giorno, ad Alessandria la venuta al mondo di Aion (Eone) dalla dea Kore (la greca Persefone, Proserpina per i romani) e infine era una data che aveva a che fare con Osiride.
Secondo il padre della Chiesa Tito Flavio Clemente di Alessandria, attorno alla fine del II secolo i Basilidiani (seguaci dello gnostico alessandrino Basilide), celebravano il battesimo di Gesù e l'Epifania come la manifestazione del Signore al mondo, in una data corrispondente al nostro 6 gennaio. La festa fu abbracciata dalla Chiesa cristiana orientale e verso il IV secolo si diffuse in occidente, venendo accolta dalla Chiesa romana nel V secolo.
La festa dell’Epifania fu poi connessa alla leggenda popolare della Befana forse legata a tradizioni contadine precristiane.

Culto dei santi e reliquie

Il Cattolicesimo riconosce tre tipi di culto (anche se il Vangelo parla solo del culto riservato a Dio, Mt 4:8-10):
– latria (adorazione solo a Dio)
– dulia (venerazione ai santi)
– iperdulia (venerazione a Maria)
Da qui si palesa dunque la differenza tra adorazione e venerazione.
Dal IV secolo si diffuse la venerazione dei santi (circa 20.000 secondo gli Acta Sanctorum, ma in continuo crescendo) e il concilio di Trento confermò positivamente la pseudo-intercessione dei santi presso Dio. Nelle prime comunità cristiane era santo chi abbracciava la fede cristiana (Paolo di Tarso chiama santi i credenti in Cristo: 1Cor 1:2, Ef 1:1, Fil 1:1, Col 1:2 e a volte le sue epistole terminano con frasi che salutano tutti i santi di quella determinata città.
Il Nuovo Testamento non parla di culto verso cristiani vivi o morti, ma considera santi i cristiani viventi che danno piena testimonianza della loro fede. Quando il Cristianesimo si diffuse nelle terre pagane, la necessità di sovrapposizione delle festività cristiane a quelle pagane per compiacere il popolo, fece trasformare in santi le divinità esistenti.
Successivamente ai decreti dell’imperatore romano d’oriente Teodosio I (emessi tra il 391 e 392 per perseguitare i pagani, mettendo in pratica l'Editto di Tessalonica, da lui promulgato nel 380, che dichiarò il Cristianesimo religione ufficiale dell'impero), divenne praticamente impossibile venerare divinità pagane e avvennero conversioni forzate al Cristianesimo. Ora non era più quella divinità (quindi ora quel santo) che faceva una grazia, ma il santo era l’intermediario verso l'unico e vero Dio cristiano. Il dio pagano locale divenne la festa del santo patrono.
Per la maggioranza dei santi le motivazioni per la supposta santità sono stravaganti, eccone solo alcune: Lorenzo di Roma ucciso su una graticola, fu patrono dei rosticcieri; Adriano preso a martellate su un'incudine, patrono dei fabbri ferrai; san Giovanni Battista, pastore del deserto coperto di pelli, patrono dei pellicciai; san Bernardino da Siena devoto al nome di Gesù (pare che grazie a lui il Cristogramma JHS sia divenuto d’uso comune), patrono dei pubblicitari; l’arcangelo Gabriele, che aveva portato l’annuncio di Dio a Maria futura madre di Gesù, patrono dei postelegrafonici; santa Lucia, da lux che vuol dire luce, patrona della vista e degli orologiai; san Benedetto, dato che restò per decenni in una grotta a Subiaco, patrono degli speleologi; santa Chiara avendo avuto la visione di una funzione liturgica celebrata da san Francesco, patrona della televisione; e così via. Di certo si inventavano agiografie, cioè letteratura sulla vita e le opere dei santi, e non solo. Il dottore della Chiesa Ambrogio (334-397), ad esempio, inventò e ritrovò i santi martiri Gervasio e Protasio, mai conosciuti da nessuno. Si scoprirono anche martiri più antichi: di Giovanni il Battista vennero ritrovate addirittura due teste, la prima portata nel 391 a Costantinopoli dall'imperatore Teodosio, la seconda scoperta nel 452 da un monaco di Emesa in Siria.
Molti templi dedicati a dèi pagani presero il nome di santi: spesso quelli dedicati a Giove divennero chiese di San Giovenale (tra l’altro un santo mai vissuto); i templi di Iside chiese dedicate a Maria. Alle due importanti divinità di Roma, Quirino e Romolo fu fatta coincidere la festa di San Pietro e Paolo.
I primi santi, a partire dal III secolo, furono i martiri poiché, sotto minaccia di martirio, non ripudiavano la fede e successivamente lo divennero anche vergini, dottori della Chiesa, papi o chi, pur di non abiurare, si uccideva o scappando perdeva la vita a causa di animali, briganti, malattie.
La garanzia della beatitudine eterna incitava al martirio (un po’ come oggi avviene per alcuni terroristi islamici) e la promessa del Paradiso spinse anche i guerrieri cristiani.
Dal IV secolo la Chiesa cominciò a erigere templi e basiliche sempre più grandi per i santi martiri i quali accumularono fortune con i doni che iniziarono a ricevere. Questi regali inizialmente vennero distribuiti ai poveri, poi cominciarono a restare ai martiri stessi. Si iniziarono a festeggiare alcune loro ricorrenze e crebbero di conseguenza i mercati che vi si associarono.
A partire dal XII secolo per creare un santo occorse il permesso papale.
Che poi questi santi possano intercedere per noi o proteggerci, è un’invenzione dato che la Bibbia afferma: “c’è un solo mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo" (1 Tim. 2:5).
Molto spesso gli atti dei martiri sono ingannevoli, ma stranamente degni di fede; ad esempio il padre apostolico Policarpo (69-156), prossimo al martirio, rincuorato da una voce del cielo, emana profumo anziché bruciare tanto che il boia deve sferrargli il colpo di grazia, ma il sangue spegne il fuoco e dalla ferita esce una colomba. È chiaro come fin dai primordi sui martiri si dispieghi un velo miracolistico più che storiografico che si accresce nel tempo. Animali feroci che, invece di uccidere i martiri vi si accoccolano vicino o ne leccano le ferite oppure muoiono per le preghiere; il boia può uccidere i martiri solo con la loro approvazione; la mano di Dio li strappa dalle profondità marine; nonostante le crudeltà loro perpetrate parlano placidamente, anche con la lingua troncata o camminano tranquillamente sui carboni ardenti; si recide un seno, ma questo ricresce, ecc.
Tommaso d'Aquino (1225-1274), frate domenicano, esponente della Scolastica (un vocabolo usato per indicare la produzione filosofica e teologica cristiana nel Medioevo), venerato come santo dalla Chiesa cattolica che dal 1567 lo considera anche dottore della Chiesa, fornisce un esempio della degenerazione del culto verso i santi. Diretto a Lione per il concilio, morì a Fossanova (Lazio); i monaci del paese ne approfittarono per ricavarne il maggior numero di reliquie, fonte di guadagno perché il centro che le conservava era meta del pellegrinaggio dei credenti.
A tal proposito all’inizio dell’Ottocento Collin De Plancy nel suo Dizionario critico delle reliquie e delle immagini miracolose elenca alcune reliquie: ombelico, lacrime e ultimo sospiro di Gesù sulla croce; gocce di latte della Madonna; piuma dell’arcangelo Michele; cervello di San Pietro; membro di San Bartolomeo; coccige di Sant’Ignazio di Loyola; grasso di San Pantaleo; parole di San Giuseppe in bottiglia, ecc. E non dimentichiamo i molteplici prepuzi di Gesù sparsi in varie chiese.
Riguardo le reliquie il concilio di Trento ne affermò la liceità.

Culto di Maria

Con la Bibbia non è possibile provare che Maria

  • sia stata concepita senza peccato (Luca 1:46-47; Romani 3:10-23)
  • fosse figlia di Anna
  • debba essere chiamata Madre di Dio (Atti 1:14), Porta del Cielo, Dispensatrice dei Doni Celesti, Stella Mattutina, Corredentrice col Nostro Signore, Regina del mondo, Madre della Chiesa e gli altri titoli riconosciutele dalle litanie (Isaia 43:11; Giovanni 10:9; 14-6) e dal popolo, tanto che si ha l'impressione chi vi siano tante Madonne in concorrenza fra loro
  • abbia mai promesso al popolo di pregare per esso o di essere la protettrice di qualche individuo o nazione
  • abbia mai domandato e ottenuto da Dio qualche grazia o favore per qualcuno dei suoi devoti
  • abbia mai domandato a chicchessia di esserle devoto, di pregarla, adorarla e di edificare chiese e santuari in suo onore (Luca 11:27-28)
  • sia salita in cielo anima e corpo (Giovanni 3:13)
  • dal cielo possa ascoltare le preghiere di coloro che la invocano dalla Terra
  • debba avere il culto di iperdulia (Matteo 4:10).
  • Possa avere chiese e santuari a lei dedicati e che si possano fare sue immagini da portare in processione per essere venerate dal popolo (Esodo 20:4; Levitico 26:1; Deuteronomio 27:15)
  • Possa fare da mediatrice fra l’uomo e Dio: per la Bibbia Gesù è l’unico mediatore in cielo (1 Timoteo 2:5)

Il cristianesimo antico non prevedeva alcun tipo di devozione se non quella esclusiva a Dio. L’importazione di culti pagani per favorire l'adesione al cristianesimo da parte di tali popolazioni, che potevano ritrovare elementi a loro familiari, portò di fatto alla creazione del culto della Madonna rivolto a Maria madre di Gesù, assolutamente contrastante con i vangeli. L'assenza di divinità femminili nel Cristianesimo venne così colmata da questa nuova figura materna che prese semplicemente il posto delle dee pagane come Diana, Artemide, e altre tra cui Iside definita "la Vergine", come altre madri di eroi divini secondo i miti mediterranei; poiché Iside rappresentava la notte molte sue statue erano nere, questo spiega l'esistenza di Madonne nere (molte chiese cattoliche sono sorte su templi di Iside, ad esempio S. Stefano a Bologna, Notre Dame a Parigi). Negli Atti degli Apostoli si racconta che quando Paolo arrivò a Efeso per fondare una comunità cristiana, incontrò ostilità perché minacciava la sopravvivenza del culto della loro madonna Artemide (Atti 19,28).
Ma i popoli pagani che aderivano, per fede, paura o convenienza, al cristianesimo, non potevano leggere i vangeli (sia per analfabetismo, sia perché ogni comunità cristiana possedeva solo porzioni del Nuovo Testamento) e probabilmente preferivano seguire una religiosità di qualche divinità protettiva, rassicurante, materna più che l'austera adorazione dell'unico Dio.
Ciononostante la chiesa cattolica e ortodossa, nei secoli, ha elaborato una teologia che ha concentrato su Maria le mitologie pagane sulle divinità femminili, materne, vergini. Fu il concilio di Efeso (431) a introdurre ufficialmente nella chiesa cristiana il mito pagano della dea madre che fecondata da un Dio padre fa nascere un essere semidivino: Maria fu proclamata Madre di Dio, ben 4 secoli dopo la predicazione di Gesù. Significa affermare che siccome Gesù e Dio sono la stessa cosa, Maria, essendo madre di Gesù, è anche madre di Dio.
La Bibbia è assolutamente chiara sul fatto che dobbiamo adorare soltanto Dio. I cattolici aggirano la cosa affermando che non adorano Maria, ma la venerano. Ma un termine diverso non cambia l’essenza di ciò che si fa. Costretti ad ammettere che adorano Maria, i cattolici affermano che adorano Dio attraverso di lei, lodando la creatura meravigliosa che ha fatto. Il modo principale in cui i cattolici venerano Maria è pregandola nonché facendone statue e immagini: pratica idolatrica (Esodo 20:4-6; 1 Corinzi 12:12; 1 Giovanni 5:21) giustificata dal fatto che per i cattolici solo un essere perfettamente puro poteva accogliere la purezza che poi è Dio (ella è la purezza fatta carne).

Il Vangelo di Matteo 1:18 propone Maria come sposa di Giuseppe narrando che rimase incinta per opera dello Spirito Santo. Appellandola Aeiparthenos (sempre vergine), la Chiesa orientale aveva già reputato tale tutta l’esistenza di Maria, dalla propria nascita, fino alla sua intera vita. Riconosciuto dal concilio di Costantinopoli (533), questa credenza fu tale anche in Occidente dal sinodo del Laterano (649); fratelli e sorelle di Gesù menzionati da Marco 6:3; Atti 1:14; 1 Corinzi 9:15; Galati 1:16 vengono considerati dalla Chiesa come suoi parenti e come figli nati da un’antecedente unione di Giuseppe. Ma Maria non rimase sempre vergine dopo avere partorito Gesù perché la Bibbia afferma che dopo la nascita di Cristo, fu conosciuta da suo marito Giuseppe ed ebbe altri figliMatteo 1:24,25.

La Chiesa antica appellò Maria anche Theotokos (madre di Dio), riconosciuto dal concilio di Efeso nonostante Nestorio (381-451, arcivescovo e teologo siro) e altri, non solo del V secolo, non parlassero di Maria come madre di Dio. Ciononostante nel popolo Maria divenne la madre che intercede per i fedeli presso il Figlio e fra il XII e il XIV secolo l’Ave Maria diventò una preghiera comune tra i fedeli.

Nel 1854 papa Pio IX dichiarò il dogma dell'Immacolata Concezione (Papa Sisto IV nel 1477 fissò l’8 dicembre come data in cui onorare, a Roma, Maria con il titolo di Immacolata, seguito da Clemente XI, che estese la festa all’intera Chiesa occidentale) che sta a significare che l'anima di Maria fu priva del peccato originale dal primo istante della sua creazione (da non confondere con la nascita di Gesù da una vergine). Una festa dell'Immacolata Concezione veniva celebrata dalla Chiesa d'Oriente dal V secolo e da quella d'Occidente dal VII. Anche qui molti esponenti religiosi si opposero a questa dottrina rifiutata, tra l’altro, da protestanti e dalle Chiese ortodosse, inoltre non esiste fondamento biblico per l’Immacolata Concezione. Probabilmente tale dottrina scaturì dalla confusione sul modo in cui Gesù potesse essere nato senza peccato pur se concepito da una peccatrice che gli avrebbe trasmesso una natura traviata. A ritroso anche la madre, la nonna e tutti gli avi di Maria avrebbero dovuto essere concepiti in modo immacolato. In conclusione, la dottrina dell’Immacolata Concezione non è né biblica e neanche necessaria se si pensa che Gesù potrebbe essere stato protetto da Dio dall’essere contaminato dal peccato mentre era dentro la pancia di Maria.

Nella ricorrenza della Dormizione di Maria, fissata al 15 agosto fin dal VI secolo con un decreto dell’imperatore bizantino Maurizio (539–602), si ricorda che la Vergine, terminata la vita terrena, fu risuscitata, glorificata e portata corporalmente in cielo: nel 1950 papa Pio XII ne proclamò il dogma con il nome di Assunzione di Maria. Anche per questa credenza non esiste base biblica; la Bibbia infatti non racconta la morte di Maria, né la menziona dopo Atti 1.

Nella tradizione cattolica, sono riportati molti casi in cui è apparsa Maria dando un messaggio da parte di Dio e a volte con una contestuale sorta di miracolo (guarigioni inspiegabili, miracoli del sole, rosari di argento trasmutati in oro, statue della Madonna piangenti, ecc.). È probabile che, in alcuni di questi casi, le persone credono di vedere sinceramente qualcosa di spirituale, ma non c’è nulla di vero se si indaga con gli strumenti della scienza e della razionalità. Non esiste uno straccio di prova e quando esiste spiega scientificamente l’accaduto che risulta, ovviamente, privo di qualsiasi risvolto celeste…
In definitiva Maria va rispettata semplicemente in quanto essere umano, donna, madre, ma non ha senso adorarla.
Dopo circa due millenni dalla sua supposta nascita ed esistenza quale madre di Gesù, Maria venne ufficialmente chiamata in causa dai papi nel:

  • 1931 Pio XI conferma la dottrina secondo cui Maria è Madre di Dio
  • 1854 Pio IX proclama il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria
  • 1950 Pio XII proclama il dogma dell'Assunzione della Vergine Maria
  • 1950 Pio XII proclama Maria, Regina del mondo
  • 1964 Paolo VI proclama Maria, Madre della Chiesa

Transustanziazione

Transustanziazione (cambiamento di sostanza), detta così nessuno sa cos’è ma, nella teologia cattolica, è il dogma secondo il quale nell'eucaristia il pane (cioè l’ostia) e il vino diventano realmente, ogni volta che vengono consacrate, corpo e sangue di Gesù, anche se esternamente restano inalterate le caratteristiche originali dell’ostia e del vino quali colore, forma, sapore, ecc. La dottrina è riconosciuta anche dalla Chiesa ortodossa, come da sinodo di Gerusalemme (1672).
Il cambiamento avverrebbe quando il sacerdote pronuncia le parole della consacrazione; in particolare quando termina di dire Questo è il mio corpo (Matteo 26:26), il pane non esiste più perché viene rimpiazzato dal corpo del Signore, mentre quando finisce di dire Questo è il mio sangue (Matteo 26:28), il vino scompare e al suo posto c’è il sangue del Signore. Tra l’altro il sacerdote officiante dev’essere maschio (come lo furono gli apostoli) e celibe (a differenza di alcuni apostoli, tra cui Pietro, primo papa).
Fu il futuro papa Alessandro III nel XII secolo a usare per primo il termine transubstantiatio, il cui concetto fu ripreso e meglio delineato più tardi da Tommaso d'Aquino e dalla Scolastica (la filosofia cristiana medioevale). Nel concilio Laterano IV (1215), sotto il papato di Innocenzo III, venne introdotta per la prima volta la definizione della transustanziazione.
La commemorazione del Santissimo Corpo e del Sangue di Gesù (Corpus Domini) fu istituito a Liegi (1247); tale celebrazione considerava reale, e quindi non simbolica, la presenza di Cristo nell'Eucaristia. Papa Urbano IV inserì questa festa nella liturgia della Chiesa (1264). Successivamente, nel Concilio di Trento, si sancì il dogma relativo alla transustanziazione: "Poiché il Cristo, nostro Redentore, ha detto che ciò che offriva sotto la specie del pane era veramente il suo Corpo, nella Chiesa di Dio vi fu sempre la convinzione, e questo Santo Concilio lo dichiara ora di nuovo, che con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue. Questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è chiamata dalla Santa Chiesa cattolica transustanziazione. Il termine transustanziazione, così difficile da pronunciare, deriva dal latino medioevale transubstantiatio, ovvero conversione di sostanza.". Il concilio medesimo lanciò anche uno dei suoi tanti anatemi (per la Scolastica, se la scomunica separa soltanto dalla comunione cristiana, l'anatema separa dalla Chiesa stessa) contro chi non avesse accettato il dogma.
In seguito papa Paolo VI confermò quest’ultimo nell'enciclica Mysterium Fidei (1965), per soppiantare la tesi di quei teologi che ritenevano la presenza divina figurativa.
I Cristiani orientali pur accettandone la dottrina preferiscono usare una terminologia diversa e stendere un religioso silenzio riguardo l’istante preciso (che invece, come detto, i cattolici, nella loro onniscienza…, ben conoscono) in cui avverrebbe il mutamento di sostanza.
Nelle varie suddivisioni protestanti alcuni credono nel carattere simbolico della vicenda, altri in una consustanzialità (la sostanza del corpo di Gesù non rimpiazza quella del pane, ma vi si aggiunge).
L’Islam, oltre a non credere nella Trinità, rifiuta anche la transustanziazione.
Altre religioni non trattano proprio l’argomento, mentre per l’ebreo Gesù il dogma sarebbe stato inconcepibile sia perchéla trasformazione del corpo e del sangue in pane e vino era un concetto estraneo al giudaismo, sia perché bere il sangue sarebbe equivalso a un atto impuro. Ciò al contrario della cultura pagana dov’era comune la teofagia (dal greco theòs e fagein, mangiare dio), che prevedeva la consumazione di un cibo reputato divino (poiché identificato simbolicamente con la divinità stessa); ne sono ad esempio testimonianza i culti precristiani di Iside, Osiride, Attis, Cibele.
Il Vangelo però non parla di una tale assurdità, ovvero che l’ostia si tramuti, in ogni messa, realmente nel corpo di Cristo e il vino nel Suo sangue, essendo invece una sola presenza spirituale, un memoriale e non una Sua reale consumazione fisica (Luca 22:19-20, Giovanni 6:63, 1 Corinzi 11:24-26).
Altro motivo per rifiutare la transustanziazione, oltre alla stravaganza che si trasformi realmente nel corpo e nel sangue di Cristo (per la scienza pane e il vino non possono infatti subire alcun cambiamento di sostanza durante la benedizione e quindi è impossibile parlare di transustanziazione dall’amido dell’ostia alle proteine della carne), è perché essa è, per la Chiesa Cattolica, equiparabile a un nuovo sacrificio di Gesù per i nostri peccati, ma la Bibbia afferma che Cristo morì una volta per sempre (Romani 6:10, Ebrei 10:10; 1 Pietro 3:18, Ebrei 7:27, Matteo 26:28-29).
La transustanziazione è dunque falsa ed è una delle vette più elevate del surrealismo cattolico (insieme alla Trinità), tanto che i seguaci di questa corrente cristiana sono praticamente quasi del tutto soli nel concepire la presenza assolutamente reale di Cristo nell’Eucarestia.
Transustanziazione e l’idolatrica adorazione dell’ostia vanno a braccetto. Quest’ultima, avviata da papa Onorio III (1220) ed estranea al Vangelo, fu ribadita dal concilio di Trento. Tale pratica fa sì che una cospicua parte di credenti cristiani adori l’ostia pensando sia Gesù e quindi Dio. Durante questo atto improprio il pane consacrato nell'eucaristia viene esposto ai fedeli, solitamente mediante l'uso dell'ostensorio: il lettore ricordi quanto abbiamo detto su quest’ultimo e sulla sua relazione con il Sole.

Trinità

Dogma di alcune correnti del cristianesimo secondo il quale Dio, ma sarebbe più giusto dire il Dio di Israele Yahweh, è un'unica natura in tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Il termine Trinità non compare nella Bibbia ma, secondo il cattolicesimo, la relazione trinitaria è comunque attestata dai molti passi del Vangelo che parlano del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e che vengono interpretati nel senso che il Figlio esiste da sempre assieme al Padre e allo Spirito e sono tra loro strettamente relazionati. Per esempio in Marco 1:10-11 è scritto: E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto e in Matteo 28:19 Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo. Ovviamente, ammesso che questa presunzione sia vera, non è detto che, siccome qualche confessione crede di riconoscerla nella Bibbia, la dottrina trinitaria sia credibile.
Nel Dio trino (in un proverbio divenuto satiricamente quattrino in relazione alla ricchezza della Chiesa), la coesistenza di tre persone eterne a costituire Dio non significa che vi siano tre dèi (a smentire la natura politeistica di questa dottrina riconosciuta tale da alcune religioni) perché la Trinità è, come detto, un solo Dio formato da tre persone.
Il concetto è però impossibile da capire per gli esseri umani perché, sempre secondo chi crede a questa astrazione, non possediamo la capacità concettuale per comprenderla.
Il termine trinità fu usato inizialmente dall’apologeta cristiano di lingua greca Teofilo di Antiochia nel II secolo nel suo Apologia ad Autolycum e poi, sempre nel II secolo, da Tertulliano nel suo De pudicitia.
Successivamente questa dottrina venne gradualmente tracciata e tutelata da padri della Chiesa (come ad esempio quelli del IV secolo Atanasio e Basilio di Cesarea) e dai concili come quelli di Nicea (325), dove si affermò che Cristo è della stessa sostanza di Dio, senza però menzionare lo Spirito Santo come terza persona, e Costantinopoli (381), dove si mise lo Spirito Santo sullo stesso piano di Dio e Cristo. Questi concili servirono anche per opporsi alle numerose eresie, che rifiutavano l'uguaglianza delle tre persone in Dio, in particolare il monarchianismo e l'arianesimo. I concili di Nicea e Costantinopoli stabilirono l'unica natura di Dio e le distinzioni delle tre persone, la loro uguaglianza e la loro consustanzialità. In particolare quest’ultimo, convocato dall’imperatore romano d’Oriente Teodosio I, fu il secondo concilio ecumenico della Chiesa, dopo quello di Nicea, e ad esso parteciparono 150 vescovi, i quali confezionarono il cosiddetto simbolo niceno-costantinopolitano. Questa professione di fede così recita:
Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.
Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; per mezzo di Lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine. Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti. Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica. Professo un solo Battesimo per il perdono dei peccati. Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà
.
Dei termini di questo secondo simbolo (Costantinopoli) solo circa il 20% è uguale a quello del 325 (Nicea).
L’enunciazione del 381 sancisce che il Figlio fu generato dal Padre prima di tutti i secoli e che s’incarnò per mezzo della Madonna due Millenni fa; stabilisce inoltre che lo Spirito Santo procede dal Padre senza esserne generato (dunque ne discende ma non come un secondo Figlio); decreta infine che i tre sono uno solo. Sembra un abbondono della logica e del buon senso che condurrà successivamente a conclusioni via via più insensate, tanto da consentire al Catechismo della Chiesa cattolica di affermare nella parte prima de La professione della fede, sezione seconda, capitolo primo, articolo 1, paragrafo 2, che la Trinità è «il mistero centrale della fede e della vita cristiana […] un mistero inaccessibile alla sola ragione». Ma risulta evidente che non è possibile credere in quello che non si capisce e quindi, per chi è sensato, il vaneggiamento viene stoppato dopo questa inconcepibile illogicità. Probabilmente nel concilio di Toledo (589), ma indiscutibilmente nel Concilio di Cividale del Friuli (796), la Chiesa occidentale aggiunse l'espressione Filioque (e dal Figlio) al simbolo niceno-costantinopolitano, per il quale lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. L’espressione latina fu fortemente contrastata dal patriarca di Costantinopoli Fozio tanto da farla rigettare alla Chiesa orientale perché la modifica venne fatta unilateralmente e perché rimandava a un’idea occidentale della Trinità, contraria a molti teologi bizantini per i quali lo Spirito Santo procede soltanto dal Padre.
Secondo i sostenitori del concetto trinitario la Bibbia mostra che lo Spirito Santo è subordinato al Padre e al Figlio e il Figlio al Padre. Il Padre è la fonte o causa ultima: a) dell’universo (1 Corinzi 8:6; Apocalisse 4:11); b) della rivelazione (Apocalisse 1:1); c) della salvezza (Giovanni 3:16-17) e d) delle opere dell’uomo Gesù (Giovanni 5:17; 14:10). Figlio e Spirito Santo sono gli strumenti con cui il Padre compie: a) la creazione e il mantenimento dell’universo (1 Corinzi 8:6; Giovanni 1:3; Colossesi 1:16-17; Genesi 1:2; Giobbe 26:13; Salmi 104:30); b) la rivelazione (Giovanni 1:1; Matteo 11:27; Giovanni 16:12-15; Apocalisse 1:1; Giovanni 16:12-15; Efesini 3:5; 2 Pietro 1:21) e c) salvezza (2 Corinzi 5:19; Matteo 1:21; Giovanni 4:42; Giovanni 3:6; Tito 3:5; 1 Pietro 1:2).
Se Dio Padre (Creatore di cielo e terra) e Figlio (generato dal Padre e fatto uomo come Gesù Cristo), possono essere concetti abbastanza comprensibili, lo Spirito Santo, mandato ai discepoli di Gesù dal Padre e dal Figlio, per fargli comprendere e testimoniare le verità rivelate, può forse esserlo meno. La Bibbia descrive lo Spirito Santo come Persona (Giovanni 14:16-17, 26; 15:26; 16:7-15; Romani 8:26) con intelligenza (Giovanni 14:26), sentimenti (Isaia 63:10; Efesini 4:30), volontà (Atti 16:7; 1 Corinzi 12:11); ecc. Esso, ma a tal punto è meglio dire Egli, procede dal Padre e dal Figlio per ispirazione (Giovanni 15:26; 16:7; Romani 8:9; Galati 4:6).
Per chiarire cosa significhi che Gesù è il Figlio di Dio bisogna capire che Gesù non è figlio di Dio come oggi concepiamo il rapporto padre e figlio: Gesù è figlio di Dio nel senso che Lui è Dio diventato carne (Giovanni 1:1, 14) ed è raggiungibile tramite la fede (Giovanni 6:69).
Oltre ai dissapori interni tra Occidente e Oriente, ci sono da rilevare le totali posizioni antitrinitarie dell’Ebraismo e dell’Islam oltre che di alcuni movimenti cristiani che, fra i più noti, annoverano i testimoni di Geova, i mormoni e tutte le chiese che si rifanno alla dottrina cristiana dell’Unitarianismo diffusasi nel XVI secolo e che, in genere, rigettano anche dottrine quali redenzione, divinità di Cristo, peccato originale, pena eterna, poiché illogiche e non bibliche, mentre l'Eucaristia viene intesa solo come commemorazione della morte di Gesù, senza ulteriori complicazioni legate alla transustanziazione.
Nelle culture antiche precristiane era comune l’adorazione di gruppi di tre divinità, come anche al tempo di Cristo e successivamente. A Babilonia e in Assiria c’erano triadi divine, nella religione induista c’è la Trimurti: il gruppo Brahma, Shiva e Visnu; in Egitto Osiride, Iside e Horus (e forse la trinità cristiana deriva proprio da quella egizia), a Roma quella capitolina (Giove, Giunone, Minerva), Col termine prassidiche o triade divina, si definivano le tre dee elleniche Alalcomenea, Telsinia e Aulide e molte altre. Si hanno altresì triadi divine naturistiche: le babilonesi Anu (cielo), Enlil (aria e terra) ed Ea (oceano) e l'altra Sin (luna), Samas (sole), Istar (Venere). Nella mitologia germanica Odino (padre e capo degli dèi), Thor (dio del tuono), Freyr (dio dell'abbondanza) e, anche qui, molte altre. Questo numero sacro esprime la perfezione. Per la scuola pitagorica fondata da Pitagora a Crotone attorno al 530 a.C., il tre è numero perfetto poiché sintesi del pari (due) e del dispari (uno). Per i Cinesi è perfetto in quanto rappresenta la totalità cosmica: cielo, terra, uomo. C’è poi anche chi vede in Platone (428 a.C. – 348 a.C.) un precursore della dottrina trinitaria nella sua filosofia greca.
Tornando al simbolo niceno-costantinopolitano, è lì che per molti comincia la cosiddetta Grande Apostasia, ovvero l’allontanamento della Chiesa dalla fede originale fondata da Gesù e promulgata attraverso i dodici Apostoli, e il transito alla teologia intrisa di filosofia greca che Gesù e i suoi seguaci non avrebbero certamente compreso.

Miti precedenti che ispirarono la Bibbia

Secondo Mario Liverani, che insegna Storia del Vicino Oriente Antico all’università La Sapienza di Roma, ma anche Giovanni Pettinato, ordinario di assiriologia all’Università La Sapienza di Roma e tanti altri studiosi, molte narrazioni bibliche degli scribi giudei dell’Antico Testamento non sono originali, ma si sono ispirate a fonti più antiche, in particolare ai miti dei sumeri, che iniziarono ad apparire su tavolette d'argilla verso il 2400 a.C.

  • Il racconto del Diluvio Universale è riscontrabile nel poema epico di Gilgamesh, eroe sumero-babilonese del 2000 a.C. Atrahasis (l’accadico Utanapistim, il sumerico Ziusudra, il greco Xisouthros, il biblico Noè), re di Suruppak (oggi Tell Fara, nella parte centro-meridionale dell'Iraq) è l'eroe di questo poema.
    Tra le varie versioni pervenuteci della lista reale sumerica (un testo sumerico composto fra il 2100 e il 1900 a.C. il cui scopo era gettare le basi tradizionali e politiche dell'unificazione del territorio di Sumer), quelle indicate con le sigle WB, P5 e K danno una chiara lista di re vissuti prima del diluvio universale. Nella WB la riga 39 riporta che a Suruppak il Diluvio spazzò via tutto. In questa versione della lista reale sumerica Ubartutu è l'ultimo re prima del Diluvio. Nella tavola WB 62 della fine del III millennio, scritta in sumerico, compare Ziusudra di Suruppak.
    È inoltre disponibile una tavola in lingua sumerica che precederebbe di un secolo il poema assiro-babilonese di Atrahasis del periodo paleo babilonese (XVIII secolo a.C.) che quindi rappresenta la più antica versione sumerica del diluvio. Scoperta a Nippur (oggi Nuffar in Iraq) fu pubblicata dall'assiriologo tedesco Arno Poebel nel 1914 in Historical and Grammatical Text dove, dalla riga 156 de Il racconto in sumerico del Diluvio Universale, p. 603, il re di Suruppak, Ziusudra è relazionato con il Diluvio che annienterà gli agglomerati e sommergerà la capitale per distruggere il genere umano. Ordine dato da Anu ed Enlil. Il Reame degli uomini sarà distrutto. Le righe 201-211 raccontano del termine del Diluvio quando Ziusudra esce dalla barca e sacrifica a Utu buoi e montoni. E poi a partire dalla riga 251 riporta poi che il re Ziusudra, che aveva salvato gli animali e il genere umano, fu insediato in una regione al di là del mare, a Dilmun.
    L'assiriologo Giovanni Pettinato, accademico dei Lincei, conferma che questa tavola conterrebbe la più antica redazione del Diluvio sumerico, menzionato già nella Lista Reale sumerica, e che anticipa di più di un secolo il racconto assiro-babilonese di Atrahasis, e altri come l'assiriologa britannica Stephanie Dalley, gli studiosi inglesi Jeremy Black e Anthony Green e i traduttori dei versi appena menzionati, Jean Bottéro e Samuel Noah Kramer ritengono quest'opera sumerica prodotta su un originale accadico.
    D'altronde anche per Pettinato il mito di Atrahasis è una creazione assiro-babilonese e quindi di ambito semitico.
    Bisogna anche dire che il Diluvio si riflette in varie mitologie, oltre che nell’Epopea di Gilgamesh (le civiltà babilonese e assira, più recenti, subirono l’influenza di quella sumerica) e nella Bibbia, si ritrova nei miti della Cina, delle Americhe (aztechi, incas e maya) e altre ancora
  • C’è somiglianza fra il codice di Hammurabi, re babilonese del XVIII secolo a.C. che fece redigere la più antica raccolta di leggi e alcuni dei Dieci Comandamenti. Inoltre il codice ha uno stile simile a quello biblico Qualora un uomo rompa un dente ad un suo pari, gli sia rotto un dente (Codice 200 di Hammurabi), Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all'altro (Levitico 24,19)
    Il quarto comandamento che impone l’obbligo di onorare il padre e la madre, si ritrova in scritti siriani mesopotamici: Mantieni il padre e la madre se vuoi avere diritto all’eredità
  • Il mito di Eva e la mela viene raccontata nel Cilindro della Tentazione del 2500 a.C. conservato al British Museum di Londra
  • Il Paradiso terrestre è simile al mito di Dilmun (nell’odierna Bahrain nel golfo Persico) che si trova descritto in una tavoletta del 2500 circa a.C.: la Bibbia imita la descrizione paesaggistica; il sumerologo Samuel Noah Kramer scoprì che la dea creata da Ninhursag per guarire una costola di Enki è chiamata Nin-Ti. Dato che Ti in sumerico vuol dire "costola" ma anche "vita, far vivere", i sumeri identificarono la dea Ninti, "Signora della costola", con "colei che fa vivere". Simile all’Eva biblica creata da una costola dell’uomo
  • La vicenda iniziale di Mosè è simile a quella di Sargon, re dell'Impero accadico (2335 a.C. - 2279 a.C.) il quale, secondo un testo neo-assiro del VII secolo a.C. viene abbandonato nel fiume in un cesto e salvato da Akki

Se ti interessa approfondire questi temi, ti consiglio la lettura del libro (In)esistenza di Dio: Fede e ragione dalla Preistoria a oggi dove l’autore riflette su alcune domande fondamentali: Cosa succede dopo la morte? Chi ha creato l’universo? Com'è nata la religione? Mantenendo un approccio razionale e storico, si darà spazio anche alle altre dottrine e a ulteriori temi come ad esempio il libero arbitrio, la reincarnazione, la capacità biblica d’ispirarsi a miti precedenti, l’appropriazione cristiana di feste pagane, il diavolo (che non è quello che vuol far credere il Cristianesimo) e il Satanismo, l'immortalità dell'anima e molto altro.
Un libro adatto ai credenti e ai non credenti, a chi desidera avvicinarsi a questi argomenti e anche agli adolescenti, affinché possano crescere con una mente aperta.